Il capitolo giudiziario relativo alla nave Open Arms e al ministro Salvini si chiude con una sentenza che non lascia spazio ad interpretazioni, delineando un confine netto tra le prerogative di un esecutivo e la fattispecie delittuosa. La Corte di Cassazione ha depositato le motivazioni di una decisione che, di fatto, mette un punto finale a una vicenda che ha occupato per sette anni le cronache nazionali e i corridoi dei tribunali.
Attraverso un documento di settantasette pagine, i giudici della Suprema Corte hanno smontato l’impianto accusatorio che vedeva Matteo Salvini, all’epoca dei fatti Ministro dell’Interno del governo Conte 1, imputato per reati come il sequestro di persona e l’omissione di atti d’ufficio.
La pronuncia degli ermellini conferma quanto già stabilito in primo grado dal Tribunale di Palermo, ma lo fa con una forza argomentativa che liquida la strategia della Procura siciliana.
Il fulcro della questione risiede nella natura stessa degli eventi dell’agosto 2019. Secondo le affermazioni della sentenza, non è possibile parlare di sequestro di persona in quanto non sussisteva un impedimento assoluto alla mobilità dei soggetti coinvolti. La nave Ong, battente bandiera spagnola, era territorio dello Stato di bandiera e godeva della libertà e della possibilità di fare rotta verso approdi alternativi.
Le motivazioni sottolineano come la Spagna avesse offerto ben due porti sicuri e come fosse stata garantita assistenza navale e sanitaria costante. In questo contesto, il non consentire lo sbarco in territorio italiano non equivaleva a una privazione della libertà personale, poiché l’imbarcazione avrebbe potuto raggiungere la costa spagnola in un lasso di tempo ragionevole, beneficiando persino della scorta della Guardia Costiera italiana e del supporto di una nave militare inviata da Madrid. Di conseguenza, il protrarsi della permanenza in mare dei centoquarantasette migranti viene ricondotto solo a una scelta gestionale della Ong piuttosto che a una coercizione illegale esercitata dal Viminale.
Esce indenne dal vaglio della Suprema Corte anche la gestione dei soggetti più vulnerabili. I magistrati hanno infatti escluso qualsiasi responsabilità del Ministro in merito a presunte manovre per impedire o rallentare lo sbarco dei minori non accompagnati. Dalle carte emerge come il Viminale, in sinergia con il Garante per l’Infanzia, avesse predisposto le procedure per l’accoglienza, l’identificazione e la nomina dei tutori legali. Un iter che ha seguito i necessari tempi tecnici per garantire il trasferimento in strutture idonee per ventisette giovani, a dimostrazione di una macchina amministrativa che non ha mai smesso di operare nel rispetto delle tutele previste.
Anche il presunto rifiuto d’atti d’ufficio è stato rigettato con forza. I giudici hanno chiarito che l’obbligo di assegnare un porto sicuro per ragioni di ordine pubblico non può ricadere su un ministro italiano se i fatti si svolgono su una nave che, giuridicamente, rappresenta un’estensione di un altro Stato. Senza prove di rischi sanitari che imponessero un intervento straordinario, l’agire ministeriale è rimasto nell’alveo delle scelte politiche e amministrative non censurabili penalmente.
Resta a questo punto però un interrogativo che trascende il dato puramente tecnico. Davanti a una tale limpidezza interpretativa, definita quasi ovvia da gran parte degli addetti ai lavori, sorge spontaneo chiedersi perché la Procura di Palermo abbia ritenuto di presentare un ricorso “per saltum” in Cassazione. Scelta che non ha trovato il sostegno neppure da parte dei procuratori generali della Suprema Corte.
Quali ragioni hanno spinto allora gli inquirenti ad insistere su un caso che a molti appare dall’esito così prevedibile?
L’intera operazione ha comportato peraltro un dispendio di energie e risorse pubbliche considerevole.
Viene da domandarsi quanto sia costata alla collettività l’intero procedimento e se non aiuterebbe a volte che anche il magistrato più obiettivo e al di là di ogni sospetto provasse ad interrogarsi sulle ragioni e sull’utilità di alcune tesi investigative che all’esterno potrebbero apparire come velate da elementi di pregiudizio o persino dalla ricerca di clamore mediatico.
Siamo certi che così non sia, ma allo stesso modo crediamo che sia utile e giusto che all’opinione pubblica venga data una corretta informazione circa i costi pubblici di questa lunga controversia legale.