LA VARDERA, IL GIALLO SGONFIATO DALLE INDAGINI

di Redazione

Il caso che per settimane ha alimentato sospetti di oscure trame, si è infine risolto con la più banale delle spiegazioni. Ismaele La Vardera, parlamentare regionale e leader del movimento Controcorrente, aveva denunciato un presunto atto intimidatorio avvenuto all’interno del suo ufficio a Palazzo dei Normanni. Lo scorso 5 marzo, il ritrovamento di due filtri di sigaretta elettronica appoggiati su una spilla raffigurante i giudici Falcone e Borsellino aveva fatto scattare un imponente protocollo di sicurezza.

Tuttavia, secondo quanto avrebbe appreso l’Ansa da fonti investigative, le risultanze della Digos e della Polizia Scientifica, ora al vaglio della Procura di Palermo, dipingono uno scenario privo di qualsiasi finalità criminale o minatoria: a lasciare quei resti sarebbero stati, molto più semplicemente, gli addetti alle pulizie durante il loro turno di lavoro.

Le immagini delle telecamere di sorveglianza e le testimonianze raccolte non lascerebbero alcuno spazio a interpretazioni romanzesche. Nessun estraneo o “corvo” ha varcato la soglia di quella stanza per lanciare messaggi mafiosi.

Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti porti l’inchiesta verso una naturale archiviazione, la narrazione politica costruita attorno all’episodio sembra non voler accettare la realtà dei fatti. La Vardera, che fin dal primo momento aveva affidato ai social network il suo sconcerto, continua a sollevare dubbi, trasformando quello che appare semplicemente un banale incidente di percorso in una nuova crociata contro presunte trame oscure.

L’atteggiamento del deputato solleva però interrogativi più profondi sulla natura del suo impegno politico. Fin dal ritrovamento dei mozziconi, la vicenda è stata gestita con una sapiente regia comunicativa, tipica di chi mastica il linguaggio populista e sa come cavalcare l’onda dell’emozione pubblica. Nel momento in cui le autorità hanno riportato la vicenda alla sua dimensione reale, ovvero quella di una trascuratezza del personale di servizio, il parlamentare ha immediatamente spostato il tiro.

Se prima il pericolo era l’intimidazione, ora il problema diventa l’identità del dipendente – su cui magari costruire un nuovo canovaccio – e la mancanza di scuse ufficiali. Questo continuo alimentare il sospetto, anche di fronte a prove contrarie, è un esercizio di stile che appare finalizzato a semplice propaganda.

In un contesto delicato come quello siciliano, dove il richiamo ai simboli dell’antimafia dovrebbe essere gestito con estremo rigore e rispetto, l’immagine dei giudici Falcone e Borsellino per gridare al complotto rischia di svuotare di significato le battaglie reali. La Vardera sembra aver scelto la strada della vittimizzazione costante, una strategia che paga in termini di visibilità immediata ma che logora la credibilità delle istituzioni.

Il deputato ha dichiarato di non voler lasciare nulla al caso, ma la sensazione è che la sua “ricerca della verità” sia funzionale a mantenere accesi i riflettori sulla propria figura.

Proprio queste ambizioni appaiono oggi cariche di incognite. Parte del cosiddetto campo largo guarda a lui come a una possibile guida per la Regione, ma buona parte dell’opinione pubblica e gli osservatori più attenti iniziano a chiedersi se la Sicilia abbia davvero bisogno di una leadership fondata sulla ricerca spasmodica del consenso, peraltro così simile a quella, anch’essa costruita con attenta capacità comunicativa, di Rosario Crocetta.

Se la politica diventa solo un susseguirsi di post social, denunce e sospetti che svaniscono al primo controllo delle forze dell’ordine, il rischio è che si confonda l’amministrazione della cosa pubblica con uno show.

La vicenda dei mozziconi, nata come un possibile giallo di palazzo, si chiude dunque come tutte le parabole del populismo moderno: molta polvere sollevata per nascondere, alla fine, solo un po’ di cenere virtuale di due cicche di sigaretta elettronica.