Il tramonto dell’era di Totò Cuffaro, spinto verso un definitivo ritiro dalle recenti vicende giudiziarie e dalla scelta del patteggiamento, non ha portato la pace sperata tra le fila della Democrazia Cristiana siciliana. Al contrario, il partito si trova oggi nel mezzo di una tempesta senza precedenti, frammentato in due blocchi contrapposti che rivendicano con uguale vigore la legittimità a guidare il simbolo dello scudocrociato.
Da un lato si schiera il segretario regionale Stefano Cirillo, rinvigorito da una recente sentenza del Tribunale di Roma; dall’altro, i vertici parlamentari e una terna di commissari che agiscono in totale autonomia, disconoscendo la leadership del primo.
La frattura è diventata plastica attraverso la pubblicazione di due comunicati ufficiali quasi simultanei, che pur utilizzando la medesima retorica sulla solidità del progetto e il radicamento territoriale, tradiscono una separazione profonda. Cirillo, affiancato dalla presidente Laura Abbadessa e dai nove segretari provinciali, ha rivendicato l’esistenza di una comunità politica che non appartiene a un singolo uomo ma ai militanti.
Quasi contemporaneamente, i cinque deputati regionali rimasti e i tre commissari regionali, Totò Cascio, Fabio Meli e Carmelo Sgroi, hanno diffuso una nota speculare, sottolineando come il cammino proceda spedito oltre le vicende personali dei singoli. Il paradosso pirandelliano vede quindi coesistere un segretario che si ritiene pienamente in carica e una struttura commissariale che dovrebbe, teoricamente, averne preso il posto.
Le radici di questa guerra intestina affondano in un passato recente fatto di espulsioni e ricorsi legali. Gianpiero Samorì, segretario nazionale facente funzioni dopo le dimissioni di Cuffaro, aveva infatti firmato un provvedimento di allontanamento nei confronti di Cirillo. Quest’ultimo, dopo un iniziale passo indietro, aveva deciso di adire le vie legali presso il tribunale capitolino.
La recente ordinanza romana, che ha sospeso l’efficacia dell’esclusione di Cirillo, ha però innescato un cortocircuito interpretativo. Se per Cirillo il reintegro come socio annulla automaticamente le dimissioni che definisce non libere ma indotte dall’illegittima espulsione, per Samorì la realtà è radicalmente diversa. Il vertice nazionale sostiene infatti che Cirillo sia tornato a essere un semplice iscritto, poiché avrebbe rinunciato volontariamente alla carica dirigenziale durante il procedimento.
Questa disputa non è solo una questione di etichette o di burocrazia interna, ma ha riflessi immediati sugli equilibri del governo regionale e sulla gestione delle prossime scadenze elettorali. La confusione è tale che nessuno, all’interno del partito, sembra in grado di spiegare come possano operare contemporaneamente due organi di direzione. Mentre Cirillo sollecita il ripristino formale dell’organigramma che lo vedeva al vertice, definendo revocabile il suo precedente arretramento, Samorì minaccia ulteriori iniziative statutarie per blindare la gestione commissariale.
In questo scenario di “diarchia” forzata, la base del partito assiste a uno spettacolo di frammentazione che stride con i proclami di unità.
La lotta per il controllo dello scudocrociato nell’era post-Cuffaro si trasformerà in una logorante battaglia di carte bollate e comunicati incrociati?