Gianfranco Miccichè ha detto parole durissime. Nicola D’Agostino, prima di lui, aveva già acceso un faro sulla crisi del centrodestra in Sicilia. Io, da imprenditore siciliano, non posso che condividere il senso politico di entrambe le analisi.
Perché qui non siamo davanti a semplici malumori di partito. Non siamo davanti alla solita lite di corrente, al consueto regolamento di conti dopo una sconfitta elettorale, alla normale dialettica tra dirigenti. Siamo davanti a qualcosa di molto più profondo: il fallimento di un metodo politico che ha progressivamente sostituito l’interesse generale con la conservazione degli spazi personali.
Miccichè, in un’intervista all’ANSA, ha sostenuto che in Sicilia sarebbero “saltate le regole” e che nei partiti “non comanda più nessuno”. Ha descritto un quadro di disordine, personalismi, assenza di guida e perdita del senso stesso della politica. E lo dice da fondatore di Grande Sicilia, cioè da fuori Forza Italia: non è lo sfogo interno di un dirigente che difende la propria corrente, ma il giudizio di chi quel mondo lo ha guidato e oggi lo osserva dall’esterno. Parole forti, discutibili nei toni quanto si vuole, ma difficili da ignorare nel merito.
D’Agostino, pochi giorni prima, aveva detto una cosa molto simile, e l’aveva detta da dentro Forza Italia. Dopo le sconfitte alle amministrative ha parlato di centrodestra in crisi, di scelte personalistiche, di assenza di regia politica e di una coalizione “paralizzata dalla paura”. Ha ricordato la perdita di città come Messina, Marsala, Enna, Agrigento e Bronte, sostenendo che non si possa più rinviare l’autocritica.
Ecco il punto: Miccichè e D’Agostino — uno da fuori, l’altro da dentro Forza Italia, da storie e posizioni diverse — arrivano alla stessa conclusione. La Sicilia politica non ha soltanto un problema di uomini. Ha un problema di sistema.
Un sistema nel quale troppo spesso non si decide per visione, ma per convenienza. Non si scelgono le persone migliori, ma quelle più funzionali agli equilibri. Non si costruisce consenso attorno a un progetto, ma attorno a reti di fedeltà. Non si governa per i siciliani, per le imprese, per le famiglie, per i giovani e per i territori, ma per mantenere in piedi piccoli e grandi recinti di potere.
Questo è il cuore del problema. Ed è il motivo per cui le parole di Miccichè non vanno archiviate come uno sfogo, e quelle di D’Agostino non vanno ridotte a una polemica interna. Entrambi stanno dicendo, ciascuno a modo proprio, che la politica siciliana ha perso il centro. E il centro non è un partito. Il centro dovrebbe essere la Sicilia.
Io parlo da imprenditore siciliano. Sono andato via dalla Sicilia nel 1992. Non me ne sono andato perché non amassi questa terra. Al contrario: me ne sono andato perché la amavo troppo per rassegnarmi a vederla soffocata da burocrazia, opacità, mediazioni inutili, relazioni obbligate, porte chiuse e logiche da appartenenza.
Sono tornato nel 2017 perché volevo credere che qualcosa fosse cambiato. Perché chi nasce in Sicilia può vivere altrove, lavorare altrove, costruire altrove, ma la Sicilia se la porta sempre addosso. Sono tornato perché pensavo che dopo tanti anni ci fosse finalmente spazio per chi vuole investire, creare lavoro, generare economia reale, contribuire allo sviluppo del territorio senza dover chiedere permessi informali a nessuno.
Oggi, con amarezza, devo dire che quel dubbio è tornato. E torna una domanda che non avrei mai voluto pormi: ha senso restare in una terra dove spesso l’impresa viene considerata un fastidio, anziché una risorsa?
Perché questa è la realtà che molti imprenditori conoscono. In Sicilia non basta avere un progetto valido. Non basta rischiare capitale proprio. Non basta assumere persone, pagare tasse, rispettare regole, produrre valore. Troppo spesso bisogna anche capire chi può rallentarti, chi può aiutarti, chi può ostacolarti, chi può aprire una porta e chi può chiuderla.
Questo non è sviluppo. Questa non è libertà economica. Questa non è buona amministrazione. Questa è una patologia del potere.
La chiamo con due parole semplici: amichettismo e nemichismo.
L’amichettismo è quel meccanismo per cui tutto sembra funzionare meglio se appartieni alla rete giusta, se conosci la persona giusta, se sei gradito al referente giusto, se non disturbi il gruppo giusto. Il nemichismo è l’altra faccia della stessa moneta: se non appartieni, se non ti allinei, se non sei controllabile, se non accetti il gioco, allora diventi un problema. Non sei più un cittadino da ascoltare o un imprenditore da sostenere. Diventi uno da tenere fermo, da ignorare, da logorare.
Non sto attribuendo reati a nessuno. Sto esprimendo un giudizio politico e civile su un clima, su un metodo, su una sensazione diffusa che tanti siciliani conoscono bene. La responsabilità penale, quando esiste, la accertano i magistrati nei processi. Ma la responsabilità politica e morale non può essere rinviata all’infinito.
Ed è qui che le vicende giudiziarie degli ultimi mesi diventano politicamente rilevanti.
Sia chiaro, e lo dico con nettezza: le inchieste non sono sentenze, gli indagati non sono colpevoli e per tutti vale la presunzione di innocenza fino a una eventuale condanna definitiva. Ma una forza politica seria non può limitarsi a dire “aspettiamo i giudici” ogni volta che emerge un problema. La magistratura deve accertare eventuali responsabilità penali. La politica, invece, deve interrogarsi subito sulla qualità delle proprie scelte, sui propri metodi di selezione, sulla credibilità dei propri rappresentanti e sull’immagine che trasmette ai cittadini.
Il caso Michele Mancuso pesa sul piano politico. Secondo quanto riportato da ANSA e Sky TG24, Mancuso, eletto all’ARS nella lista di Forza Italia e poi sospeso di diritto dalla carica di deputato regionale, è stato posto agli arresti domiciliari nell’ambito di un’indagine della Procura di Caltanissetta sulla gestione di fondi regionali; secondo l’accusa, avrebbe ricevuto somme di denaro per favorire un’associazione destinataria di fondi pubblici. Si tratta, naturalmente, di accuse da provare nelle sedi competenti. Ma politicamente il segnale è grave.
Il caso Cefpas è altrettanto delicato. Secondo quanto riportato dall’ANSA e da diverse testate nazionali, l’inchiesta della Procura di Caltanissetta riguarda presunti favori, assunzioni e irregolarità nella gestione del Centro per la formazione permanente e l’aggiornamento del personale del servizio sanitario; tra gli indagati figura anche il deputato regionale Riccardo Gallo Afflitto e, a vario titolo, vengono contestate ipotesi di reato come corruzione e falso ideologico. Anche qui: nessuna condanna, nessuna gogna, nessuna sentenza anticipata. Ma il tema politico esiste ed è enorme.
Perché il punto non è sostituirsi ai giudici. Il punto è chiedersi quale modello di potere stiamo costruendo.
Un partito che vuole rappresentare legalità, buongoverno, moderazione, impresa e responsabilità può permettersi di apparire come una somma di correnti, fedeltà personali, territori presidiati e nomine da difendere? Una coalizione che vuole governare la Sicilia può continuare a perdere città importanti e poi comportarsi come se nulla fosse accaduto? Una classe dirigente può chiedere fiducia ai cittadini se prima non dimostra di saper fare autocritica vera?
La risposta è no.
Ecco perché Miccichè ha ragione quando dice che nei partiti non comanda più nessuno. Quando non esiste una guida, il potere non scompare: si divide in mille pezzi. Ogni pezzo diventa un piccolo feudo. Ogni feudo difende se stesso. Ogni referente misura il proprio peso. Ogni corrente protegge la propria rendita. E alla fine nessuno guarda più la Sicilia nel suo insieme.
Ecco perché D’Agostino ha ragione quando parla di assenza di regia politica. Perché una coalizione senza regia non è una coalizione: è una sommatoria provvisoria di interessi. Può vincere per inerzia, può sopravvivere per debolezza degli avversari, può occupare posizioni di potere, ma non può costruire futuro.
Ecco perché io, da imprenditore, dico che questa crisi riguarda tutti. Non solo Forza Italia. Non solo il centrodestra. Non solo il Parlamento regionale. Riguarda ogni siciliano che vuole lavorare senza dover chiedere favori, ogni famiglia che aspetta servizi efficienti, ogni giovane costretto a partire, ogni impresa che vorrebbe investire e invece si scontra con lentezze, silenzi, veti e procedure incomprensibili, con interlocutori spesso più attenti agli equilibri politici che al bene comune.
La Sicilia non può più permettersi una politica costruita sugli amici e sui nemici, né una burocrazia che invece di accompagnare lo sviluppo finisce per ostacolarlo. Non può più permettersi una classe dirigente che parla di territorio solo in campagna elettorale. Non può più permettersi fondi pubblici, enti e incarichi vissuti come bottino politico.
La Regione non è una proprietà privata. I Comuni non sono feudi. Gli enti pubblici non sono agenzie di sistemazione. La Sicilia non è merce di scambio.
Questa è la linea oltre la quale non si può più andare.
Io non scrivo queste parole per odio verso qualcuno. Le scrivo per amore verso la Sicilia. E proprio perché amo questa terra, non sono disposto a fingere che vada tutto bene.
Non sono contro la politica. Sono contro la cattiva politica. Non sono contro i partiti. Sono contro i partiti ridotti a condomini di potere. Non sono contro la pubblica amministrazione. Sono contro una burocrazia che dimentica di essere al servizio dei cittadini. Non sono contro le istituzioni. Sono contro chi le usa come strumenti di posizionamento personale.
La Sicilia ha bisogno di una bonifica politica e culturale. Non di vendette. Non di giustizialismo. Non di campagne d’odio. Ha bisogno di regole certe, trasparenza, selezione, competenza, responsabilità e coraggio.
Serve un centrodestra che decida cosa vuole essere: una coalizione liberale, popolare, moderna e credibile, oppure una federazione di piccoli potentati territoriali. E dentro questo, serve una Forza Italia che faccia i conti per prima con se stessa, perché alcune delle vicende giudiziarie politicamente più pesanti di questi mesi riguardano esponenti eletti o riconducibili alla sua area. Serve una Regione che rimetta al centro imprese, famiglie, giovani, infrastrutture, lavoro, sanità, formazione, turismo, agricoltura, innovazione e territorio. Serve una classe dirigente che capisca che il consenso non è possesso, ma fiducia temporanea concessa dai cittadini.
E la fiducia, quando viene tradita, si perde.
Le sconfitte amministrative sono un segnale. Non un incidente. Non una parentesi. Non un fastidio da archiviare con due comunicati. Sono il primo conto presentato dagli elettori. Il prossimo potrebbe essere molto più pesante.
La gente osserva. La gente capisce. La gente punisce. E quando percepisce che la politica difende se stessa invece della comunità, prima si allontana, poi si arrabbia, infine vota contro. Non sempre il voto di protesta costruisce un’alternativa migliore, ma certamente colpisce chi viene percepito come responsabile del disastro.
Per questo oggi bisogna avere il coraggio della verità.
Miccichè ha posto il tema della degenerazione del sistema. D’Agostino ha posto il tema del fallimento della guida politica. Io pongo il tema delle conseguenze concrete su chi lavora, investe, produce, assume e prova a restare in Sicilia.
Perché quando la politica sbaglia, non pagano soltanto i politici. Pagano le imprese, i lavoratori, le famiglie, i giovani, i territori. Paga chi non ha santi in paradiso. Paga chi non appartiene a nessuna cordata. Paga chi vuole semplicemente vivere in una terra normale.
Io sono andato via nel 1992. Sono tornato nel 2017. Oggi non voglio essere costretto ad andare via un’altra volta.
Ma non sono disposto a restare da suddito nella mia terra. Non sono disposto ad accettare che per lavorare servano relazioni invece che regole. Non sono disposto a vedere la Sicilia trasformata in un campo di rendite, appartenenze e convenienze. Non sono disposto a tacere mentre si consuma l’ennesima occasione perduta.
La Sicilia può essere molto più di questo. Può essere terra di impresa, turismo, cultura, agricoltura moderna, energia, innovazione, logistica, mare, università, competenze e futuro. Ma per esserlo deve liberarsi da una mentalità vecchia, proprietaria, chiusa, familistica e clientelare.
Non basta cambiare qualche nome: bisogna cambiare metodo. Non basta dire che si è garantisti: bisogna essere anche esigenti sul piano politico. Non basta aspettare le sentenze: bisogna prevenire il degrado prima che diventi emergenza.
Questa è la sfida vera. E questa è la responsabilità di chi oggi pretende ancora di guidare la Sicilia.
Io, Angelo Todaro, sto dalla parte di chi vuole una Sicilia libera. Libera dagli amici degli amici e dai nemici costruiti a tavolino. Libera dai favori e dalle rendite. Libera dalla burocrazia usata come ostacolo. Libera da una politica che confonde il potere con il possesso.
Sto dalla parte delle imprese sane, delle famiglie, dei giovani, dei professionisti, dei lavoratori, dei territori dimenticati, dei cittadini che non chiedono privilegi ma diritti.
Miccichè e D’Agostino hanno ragione perché, pur con parole diverse e da fronti diversi, indicano lo stesso problema: la Sicilia non può più essere governata come una somma di interessi privati.
La politica torni a essere servizio. I partiti tornino a essere comunità. Le istituzioni tornino a essere casa dei cittadini. Il potere torni ad avere un limite.
Perché la Sicilia non appartiene ai capicorrente, ai nominati, agli amici potenti né ai professionisti della conservazione.
La Sicilia appartiene ai siciliani.
E chi lo ha dimenticato, presto o tardi, dovrà risponderne davanti all’unico tribunale politico che non concede rinvii: il giudizio dei cittadini.