Si apre a Roma, nella cornice dell’Auditorium della Conciliazione, l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, il neonato movimento politico fondato dall’ex generale Roberto Vannacci. Un mostro di Frankenstein, messo insieme raccogliendo gli scarti del centrodestra – in particolare della Lega, ma anche da Fratelli d’Italia e Forza Italia – che viene osservato con malcelato entusiasmo dal campo largo.
La sinistra italiana, infatti, ha ben chiaro che l’unica reale speranza di scardinare l’attuale maggioranza e tornare al governo non risiede nelle proprie proposte, ma nella frammentazione della coalizione avversaria. E in questo scenario, la creatura politica di Vannacci rischia di rivelarsi il più formidabile degli alleati.
assemblea futuro nazionale vannacci
La retorica degli emarginati e i numeri del debutto
Il debutto romano di Futuro Nazionale cerca di mostrare una struttura solida. I numeri sbandierati dal palco parlano di 100mila iscritti e di oltre 1.500 delegati locali giunti a Roma da ogni angolo della penisola.
A dare il tono all’evento ci ha pensato lo stesso Vannacci, che ha inaugurato i lavori con una retorica pesantemente identitaria, provocatoria e volutamente marginalizzante:
«Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo».
Tra inni nazionali, la lettura della preghiera dei paracadutisti francesi recitata in piedi dalla platea e lo slogan “L’Italia agli italiani”, il generale ha voluto tracciare una linea di demarcazione netta tra i suoi sostenitori e l’establishment.
Un’operazione di posizionamento che oscilla apertamente tra un estremismo nostalgico e il populismo più radicale, dichiarando esplicitamente di non volere nel proprio schieramento “quelli bravi”, ironicamente “lasciati a PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra”.
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Il muro contro il centrodestra: l’attacco al governo Meloni
L’aspetto politicamente più rilevante, tuttavia, non risiede nel folklore della kermesse, ma nella chiusura netta verso l’attuale coalizione di governo. Vannacci ha rivendicato con forza la decisione del suo gruppo parlamentare (composto da otto deputati ex leghisti e di centrodestra) di non aver mai votato la fiducia all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
Una rigidità confermata anche di fronte ai giornalisti, chiarendo che non ha alcuna intenzione di “ammorbidire” le proprie posizioni sull’Europa o sulla “remigrazione”.
Persino l’invito formale spedito agli altri leader del centrodestra, rimasto senza risposta, è stato liquidato da Vannacci come una mancanza di educazione dei suoi ex alleati, confermando un fossato ormai difficilmente colmabile.
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Perché ogni voto a Vannacci è un voto a Elly Schlein?
È proprio in questa intransigenza ideologica che si nasconde la grande occasione per la sinistra. La matematica, quando si parla di elezioni, non concede sconti e come sappiamo il sistema politico italiano premia le coalizioni larghe e penalizza le forze isolate.
Dichiarando guerra aperta all’attuale centrodestra e precludendosi qualsiasi percorso di coalizione, i voti che Futuro Nazionale riuscirà a sottrarre alla Lega e a Fratelli d’Italia non andranno a rafforzare le posizioni più sovraniste, ma verranno semplicemente sottratti al computo del centrodestra.
In un contesto così fortemente polarizzato, disperdere voti di destra significa abbassare la soglia di vittoria per la coalizione di sinistra. Elly Schlein e il Partito Democratico, così, non avrebbero bisogno di convincere gli elettori moderati o conservatori per vincere; è sufficiente che l’elettorato di destra si frammenti.
La “sporca dozzina” di Vannacci, pur proclamandosi baluardo del sovranismo, è quindi probabilmente il più efficiente alleato della sinistra.
Continuando a gridare “Remigrazione!”, il generale potrebbe infatti finire per consegnare, paradossalmente, le chiavi di Palazzo Chigi proprio a quel Partito Democratico che, incarnando il modello di accoglienza e integrazione da lui aspramente criticato, tornerebbe a implementare quelle politiche migratorie che l’ex militare dichiara invece di voler azzerare.