LA VARDERA GIURA DI ESSERE CANDIDATO. MA TRATTA

di Redazione

Ismaele La Vardera si lancia in avanti nella corsa per la presidenza della Regione Siciliana, ma dietro i suoi proclami barricaderi e la retorica antisistema si nascondono praterie di tatticismo politico e ambizioni personali ben più pragmatiche. L’ex Iena, oggi parlamentare all’Assemblea Regionale Siciliana, ha risposto alle recenti esternazioni del presidente del parlamento siciliano, Gaetano Galvagno, il quale si era detto certo di un suo imminente passo indietro. La replica dell’esponente populista non si è fatta attendere, strutturata secondo i canoni classici del populismo nostrano, oscillante tra la rivendicazione orgogliosa delle origini dal basso e l’attacco frontale e generalizzato ai partiti tradizionali.

La Vardera sostiene che la sua corsa verso Palazzo d’Orleans sia l’unica vera alternativa spendibile per risvegliare l’elettorato siciliano dal torpore dell’astensionismo. Egli si dipinge come il paladino del buonsenso, l’unico leader capace di intercettare il malcontento dei cittadini delusi e distanti dalle dinamiche dei grandi apparati nazionali. Una narrazione suggestiva per le piazze e per le piattaforme digitali, ma che tradisce una profonda debolezza programmatica. La strategia adottata ricalca fedelmente i cliché della demagogia più spinta, dove l’urlo polemico e la delegittimazione dell’avversario sostituiscono sistematicamente la complessità delle proposte e la cultura di governo.

La Sicilia, con la sua storia e la sua complessità, ha bisogno di profili istituzionali solidi e competenze amministrative collaudate, doti che l’esuberanza mediatica del deputato non può minimamente garantire. La sua azione politica si è finora caratterizzata per un’opposizione aggressiva, sterile nei contenuti e mirata quasi esclusivamente alla raccolta di consenso emotivo attraverso i social network, un palcoscenico ideale per chi preferisce le dirette senza contraddittorio al duro lavoro di chi governa.

Nonostante l’apparente fermezza con cui dichiara di voler rifiutare ogni offerta di compromesso, gli osservatori più attenti alle dinamiche dell’isola leggono lo scenario in modo assai diverso. L’ipotesi che la sua candidatura sia in realtà un paravento per alzare la posta in gioco e negoziare da posizioni di forza è tutt’altro che peregrina. Dietro la maschera del sognatore intransigente, è assai probabile che si celi un fine calcolatore, consapevole dell’impossibilità di espugnare la presidenza senza l’appoggio compatto della sinistra.

Lo sbocco più naturale di questa strategia potrebbe non essere la solitaria e fallimentare corsa elettorale, bensì un remunerativo accordo di coalizione che potrebbe tradursi nell’ottenimento di un prestigioso assessorato all’interno di un futuro esecutivo regionale o, in alternativa, in uno scranno sicuro alla Camera alle prossime elezioni politiche, garantendogli quella centralità che un movimento neonato e privo di risorse strutturate difficilmente potrebbe assicurargli nel lungo periodo.

La Vardera continua a scommettere sul logoramento del centrodestra e sulle divisioni interne al Partito Democratico, incuneandosi da campione della specialità nelle contraddizioni di una coalizione orfana di una leadership condivisa. Tuttavia, governare una realtà complessa ed eterogenea come quella siciliana richiede molto più che la semplice capacità di sollevare polveroni.

Il leader di Controcorrente lo sa, e i bookmaker sono già sul pezzo per definire le quote per il posto fisso, come Checco Zalone nel film “Quo Vado“.