Nel recente Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Palermo, convocato alla presenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dopo l’escalation criminale degli ultimi mesi, è emersa un’amara verità: su ben ventuno attentati intimidatori messi a segno dal racket del pizzo da fine novembre a oggi, soltanto un commerciante ha presentato denuncia.
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Questo dato sconfortante conferma quanto sia ancora drammaticamente basso il numero di vittime che decide di collaborare con le istituzioni, ma rivela anche un meccanismo psicologico e strategico molto più profondo.
Per comprendere questa ritrosia, bisogna guardare ai risultati delle indagini dello scorso dicembre, che hanno portato all’arresto di cinquanta esponenti dei mandamenti di Brancaccio e della Noce. In quell’occasione è emerso un dettaglio rivelatore: i mafiosi non scelgono le proprie vittime a caso e non colpiscono a tappeto. Al contrario, selezionano accuratamente chi difficilmente denuncerà.
Questo significa che mostrarsi determinati e far capire chiaramente di non voler sottostare al ricatto rappresenta già di per sé una forma di protezione. Al contrario, chi cede e paga non fa altro che rendersi vulnerabile, legittimando l’azione dei clan.
Fino a oggi, l’approccio dello Stato ha trattato chi paga esclusivamente come una vittima che subisce una violenza. Ma la realtà è molto più complessa. Il pagamento del pizzo non è soltanto un fatto privato: chi paga rafforza la mafia, non solo economicamente, ma anche in termini di prestigio e controllo del territorio. Soprattutto, questa condiscendenza mette a rischio chi decide di non pagare, lasciando isolati e vulnerabili i commercianti coraggiosi che si oppongono al racket.
Le misure di sostegno e i premi per chi denuncia sono sacrosanti, ma ormai è evidente che tutto questo non basta più. Occorre un cambio radicale di prospettiva. È necessario trasformare in reato il pagamento del pizzo, introducendo sanzioni severe come il ritiro delle licenze commerciali e il sequestro delle merci e delle attrezzature per chi continua a finanziare i clan.
Ovviamente, questa linea dura deve essere accompagnata da tutele e misure premiali straordinarie per chi resiste e si schiera con lo Stato.
Se questo venisse fatto davvero, la criminalità organizzata si troverebbe privata della sua principale fonte di sostentamento. Può sembrare una proposta drastica, ma la storia ci insegna che è l’unica via. Cosa sarebbe successo se, all’indomani della celebre lettera di Libero Grassi al suo estorsore, migliaia di commercianti palermitani avessero fatto scudo comune rifiutandosi di pagare? Molto probabilmente Libero Grassi non sarebbe stato ucciso e la mafia avrebbe perso la sua battaglia più importante già allora. Oggi abbiamo il dovere di fare quella scelta collettiva che allora è mancata.