FEMMINICIDIO, MADRI SICILIANE RISPONDONO A VANNACCI

di Antonino Piscitello

Le parole di Roberto Vannacci, che pochi giorni fa ha liquidato il femminicidio definendolo sostanzialmente un concetto “inesistente”, hanno sollevato una dura reazione da parte di Cetty Zaccaria, Vera Squatrito e Giovanna Zizzo.

Attraverso le loro testimonianze dirette, le madri di Sara Campanella, Giordana Di Stefano e Laura Russo smontano la retorica della minimizzazione, ricordando al dibattito pubblico che dietro ogni definizione scientifica e giuridica ci sono anche esistenze distrutte dal possesso e dalla violenza.

La risposta alla provocazione politica nasce dal racconto di una sofferenza ed un vuoto che non potranno mai davvero colmarsi. Cetty Zaccaria, madre di Sara Campanella – la studentessa messinese barbaramente uccisa all’esterno del Policlinico universitario – ha voluto ricostruire la brutale realtà dei fatti per contrastare il tentativo di derubricare queste tragedie a eventi ordinari. Nel suo sfogo descrive la premeditazione del carnefice:

“Sono la mamma di Sara, barbaramente uccisa, con ferocia e senza pietà, all’uscita del Policlinico di Messina, da un collega di Corso che non era neppure un compagno di studi. Tutto premeditato e ben studiato, su dove colpire e un coltello comprato mesi prima. Uccisa con 5 coltellate tutte inferte alle spalle, senza lasciare a Sara possibilità alcuna di difendersi. L’ultima mortale alla gola”.

Per Cetty Zaccaria, quel delitto risponde a una precisa dinamica di potere, lontana da un generico fatto di cronaca nera, nata dal rifiuto e da una voglia di controllo sulla giovane vittima. Il tentativo di cancellare la parola “femminicidio” assume così i contorni di un’offesa personale oltre che collettiva:

“Parlare di femminicidio come di un concetto inesistente non è soltanto una provocazione o un’opinione: per chi, come me, ha vissuto e vive ogni giorno la perdita di una figlia, è una ferita che si riapre, è una negazione che pesa come un macigno sulla memoria, sulla dignità e sulla verità di ciò che è accaduto”.

Dello stesso tenore è la lettera di Vera Squatrito, madre di Giordana Di Stefano, assassinata nel 2015 a Nicolosi dall’ex fidanzato con 48 coltellate. Squatrito mette a nudo l’incoerenza morale di chi svilisce tali tragedie dall’alto di un ruolo di rappresentanza, pretendendo le scuse pubbliche.

“Le parole hanno un peso quando si minimizza la violenza contro le donne o si svilisce la gravità del femminicidio, si manca di rispetto a chi è stato ucciso e a chi ogni giorno convive con una ferita che non guarirà mai. Mia figlia non tornerà. Nessuna scusa potrà restituirci il suo sorriso, la sua voce, il suo abbraccio. Ma il rispetto per la sua memoria e per tutte le vittime dovrebbe essere un dovere morale per chiunque ricopra ruoli pubblici”.

La lettera si conclude con un duro monito rivolto all’europarlamentare, invitandolo a vergognarsi ogni volta che pronuncia parole capaci di ferire chi ha già pagato il prezzo più alto.

A far sentire la sua voce anche Giovanna Zizzo, madre di Laura Russo, uccisa a soli undici anni dal padre a San Giovanni La Punta nel 2014. Attraverso una lettera aperta, Zizzo definisce con rigore sociologico e giuridico la natura del crimine subito, sottolineandone anche l’origine patriarcale:

“Mia figlia, a soli 11 anni, è stata uccisa da suo padre, mio marito. Non si è trattato di un generico reato, di un dramma della follia o di un omicidio qualunque. Mia figlia è stata assassinata con l’unico, lucido, spietato e preciso obiettivo di punire me, la sua mamma, per essermi opposta al suo controllo e al suo senso di possesso. Questo crimine ha un nome scientifico e giuridico ben preciso: violenza vicaria. È la forma più estrema e subdola di femminicidio, in cui i figli vengono trasformati in strumenti di tortura psicologica ed emotiva contro le donne che scelgono di ribellarsi”.

Sostenere che il femminicidio non esista, conclude Zizzo, significa negare la matrice culturale di questi crimini, impedendo la creazione di leggi adeguate e tutele preventive capaci di salvare vite umane.

Le argomentazioni di Roberto Vannacci, incentrate sulla negazione delle specificità della violenza di genere, non rappresentano soltanto una fallace interpretazione dei dati statistici, ma rivelano una profonda pochezza umana e culturale.

Ridurre ad un crimine generico la morte di donne uccise in quanto donne — all’interno di precise dinamiche di possesso, sopraffazione e controllo — significa dimostrare una preoccupante mancanza di sensibilità umana e istituzionale.

La pretesa di fare del rumore politico calpestando il dolore di famiglie distrutte qualifica l’europarlamentare come un soggetto politico scadente, incapace di produrre un’analisi complessa e ridotto a rincorrere costantemente la provocazione facile per ottenere un briciolo di visibilità mediatica.

Un rappresentante delle istituzioni dovrebbe possedere il senso del limite e la decenza del silenzio davanti a chi vive una simile tragedia.

Definire come inesistente un fenomeno strutturale, ampiamente codificato a livello scientifico, sociologico e giuridico, denota un approccio volgare, approssimativo e privo di competenze sui temi affrontati, inaccettabile per qualunque figura pubblica ma a maggior ragione per qualcuno che siede all’interno del Parlamento Europeo.

Le parole delle madri non chiedono vendetta, ma pretendono dignità e onestà intellettuale. Negarle per una manciata di voti o qualche titolo di giornale restituisce l’immagine di un uomo e di un politico di bassissimo livello.