Le recenti indagini condotte dalla Squadra Mobile di Catania, coordinate dalla locale Procura, hanno squarciato il velo su una serie di gravissimi fatti di sangue che testimoniano la spregiudicatezza delle nuove leve della criminalità organizzata etnea. Tutto ha inizio cinque mesi fa, quando una banale rissa scoppiata all’interno della discoteca alla Vecchia Dogana, nella zona del porto, ha innescato una spirale di violenza inarrestabile. Due giovanissimi sono stati picchiati da un gruppo rivale. Uno di loro, terrorizzato, ha chiamato il fratello maggiore per chiedere protezione e vendetta. Da quel momento la situazione è precipitata, passando dalle vie del centro fino ai quartieri periferici ad alta densità criminale.
Il fratello del ragazzo ferito, il ventiquattrenne Giuseppe Benedetto Vintaloro, ha radunato un gruppo di fedelissimi e in sella a tre potenti moto ha deciso di compiere una spedizione punitiva direttamente nella roccaforte dei rivali, in via Capo Passero. Quella che doveva essere una dimostrazione di forza si è però trasformata in una trappola. Ad attendere il commando di motociclisti c’erano esponenti di spicco del gruppo avversario a bordo di un’autovettura Mercedes e di una Smart, armati pesantemente con pistole e kalashnikov.
L’inseguimento ad alta velocità che ne è seguito lungo le arterie cittadine è stato caratterizzato da una pioggia di proiettili, dietro la quale gli investigatori hanno subito scorto le ombre di una profonda faida tra le famiglie Cappello e Santapaola. Vintaloro è rimasto ferito alla spalla e all’ascella, venendo poi ritrovato dai passanti riverso sull’asfalto accanto alla sua moto.
Nonostante i tentativi della vittima e dei suoi familiari di sviare le indagini parlando di spari a causa di problemi stradali, le intercettazioni ambientali attivate dagli investigatori all’interno dell’ospedale hanno permesso di ricostruire l’esatta dinamica del tentato omicidio. Le manette sono scattate non solo per lo stesso Vintaloro, accusato di porto illegale di arma da fuoco, ma anche per i suoi assalitori, legati a contesti mafiosi e accusati di tentato omicidio aggravato.
La violenza all’ombra dell’Etna non è tutta qui. Pochi mesi dopo, l’11 giugno, il quartiere di Trappeto Nord è diventato il teatro di un altro terrificante scontro a fuoco, ripreso nitidamente dalle telecamere di videosorveglianza della zona: un episodio che, secondo gli inquirenti, affonda le sue radici in violenti problemi interni alla stessa famiglia Cappello. In piazza Montana, un convoglio composto da tre scooter e sei persone armate ha fatto irruzione a tarda sera nell’enclave, scatenando la reazione immediata di alcuni giovani presenti sul posto.
Tra questi, un sedicenne e il ventiduenne Giuseppe Ponzo hanno risposto al fuoco, ingaggiando un violento conflitto contro il commando in transito. Il minorenne è rimasto ferito a un gluteo, mentre Ponzo ha cercato riparo continuando a sparare. Anche in questo caso la risposta dello Stato è stata immediata, portando al fermo di Ponzo e del minorenne, oltre al sequestro di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti che confermano come il controllo delle piazze di spaccio rimanga il fulcro nevralgico degli attriti.
Questi sanguinosi episodi portano alla luce una profonda e sostanziale differenza tra le dinamiche della criminalità organizzata nelle due principali città siciliane. Se a Palermo Cosa Nostra attraversa da tempo una fase di riorganizzazione, in cui nuove leve cercano spazi economici e d’influenza evitando accuratamente i conflitti interni, sotto il vulcano la situazione è diametralmente opposta. Sotto questo aspetto il capoluogo etneo si conferma un territorio estremamente frammentato e instabile, dove la mafia non ha mai rinunciato alla violenza manifesta come strumento di regolazione dei conti e di affermazione del potere.
E mentre i riflettori sono spesso puntati sul capoluogo della Regione, Catania non viene attenzionata come meriterebbe. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è recato nell’ultimo anno per ben tre volte a Palermo con impegni concreti, ma manca da Catania ormai da tre anni.
Il panorama criminale catanese è caratterizzato da una fitta rete di clan, come i Santapaola e i Cappello, che mantengono una struttura cellulare altamente competitiva. A questo instabile scacchiere si affiancano altre storiche realtà in perenne fibrillazione, come la famiglia dei Mazzei, noti come i “carcagnusi”, che recentemente ha subito una durissima catena di arresti da parte delle forze dell’ordine, e la galassia dei Cursoti, a sua volta divisa e spaccata tra la fazione dei Cursoti catanesi e quella dei Cursoti milanesi.
La costante frammentazione del territorio in feudi e quartieri autonomi fa sì che queste diverse famiglie mafiose combattano apertamente tra di loro per aggiudicarsi anche solo una singola via o una lucrosa piazza di spaccio. Non esiste una Cupola centralizzata capace di imporre una pax mafiosa globale; al contrario, le frizioni per il predominio economico e territoriale si risolvono regolarmente attraverso le armi da fuoco.
Ciò che rende lo scenario ancora più instabile e imprevedibile è il fatto che le faide non si consumano soltanto tra cartelli contrapposti, ma esplodono drammaticamente persino all’interno del medesimo clan. Le giovani leve, spinte dal desiderio di rapido arricchimento e affermazione personale, creano fazioni e scissioni interne. Questa anarchia armata rende la criminalità catanese una realtà fluida e pericolosa, dove il piombo rimane l’unico linguaggio utilizzato per ridefinire le gerarchie del potere.