Il Friuli-Venezia Giulia ha ripristinato ufficialmente ieri le province elettive, offrendo uno spunto inevitabile di riflessione sul persistente stallo politico e istituzionale che sta caratterizzando la Sicilia. Con l’approvazione del disegno di legge numero 86, l’aula di Trieste ha ridefinito la propria architettura territoriale, programmando il ritorno al suffragio universale a partire dal primo gennaio del 2027. Una compattezza e una trasparenza di intenti, quelle dei legislatori del Nord-Est, che mettono a nudo per contrasto le fragilità e i paradossi dell’esperienza siciliana, dove una riforma speculare e lungamente annunciata è naufragata tra i veti incrociati di Sala d’Ercole.
Per comprendere appieno la portata del fallimento palermitano, occorre ricapitolare la complessa situazione della gestione territoriale nell’isola. La Sicilia era stata la prima regione in Italia, con una scelta sciagurata, a smantellare le vecchie amministrazioni provinciali già nel 2014, sostituendole sulla carta con i Liberi consorzi comunali e le Città metropolitane eletti però per via indiretta da consiglieri comunali e sindaci. Da allora, tuttavia, quegli enti intermedi non hanno mai trovato una stabilità democratica, rimanendo ingessati in una lunghissima e precaria stagione di commissariamenti straordinari che ha privato i territori di una guida politica autorevole e direttamente responsabile di fronte alla popolazione.
Consapevole di questo vuoto istituzionale, il governo dell’isola, nel marzo del 2023, aveva nuovamente presentato un disegno di legge organico volto a reintrodurre l’elezione di primo grado per i presidenti e i consiglieri degli enti di area vasta, facendone un punto programmatico centrale dell’esecutivo. La presentazione della legge era stata accompagnata da ampie rassicurazioni e dichiarazioni ufficiali di compattezza da parte dei partiti della coalizione di maggioranza, apparentemente determinati a restituire la parola ai cittadini per la gestione di servizi essenziali. Il testo normativo mirava a ridare pieni poteri a organismi in grado di superare le inefficienze gestionali degli ultimi anni.
Il percorso d’aula si è però trasformato in un clamoroso disastro politico durante le cruciali sessioni di votazione. Nonostante i numeri teorici sulla carta avessero dovuto ampiamente blindare il provvedimento, l’opposizione è riuscita a imporre il ricorso al voto segreto proprio sulla votazione del primo articolo della riforma. Nel segreto dell’urna l’alleanza di governo si è letteralmente sgretolata nel febbraio del 2024: il disegno di legge è stato bocciato con quaranta pareri contrari a fronte di appena venticinque favorevoli. All’appello sono mancati oltre dieci deputati della maggioranza, franchi tiratori rimasti protetti dall’anonimato del voto parlamentare che hanno inferto un duro colpo all’esecutivo regionale.
Preso atto dell’impossibilità di approvare il suffragio diretto a causa delle imboscate parlamentari, e stretta tra i vincoli della normativa nazionale e la necessità di uscire da un commissariamento ultradecennale, la Sicilia è stata costretta a percorrere l’unica strada rimasta provvisoriamente percorribile. Nella primavera del 2025 si sono così svolte le elezioni di secondo livello per i Liberi consorzi e le Città metropolitane.
Si è trattato di una consultazione a porte chiuse, dove il diritto di voto è stato esercitato esclusivamente dai sindaci e dai consiglieri comunali in carica, escludendo totalmente i cittadini dalla scelta dei propri rappresentanti territoriali. Questo passaggio, seppur elettorale, è stato accolto con freddezza e vissuto come una sconfitta democratica, un ripiego burocratico lontano dall’originario obiettivo della legittimazione popolare.
La temporanea archiviazione del voto diretto non cancella l’importanza cruciale che gli enti intermedi rivestono nel tessuto quotidiano. Le amministrazioni provinciali possiedono infatti competenze esclusive e fondamentali su settori strategici che incidono direttamente sulla sicurezza e sulla qualità della vita dei cittadini, come la manutenzione straordinaria e lo sviluppo della rete viaria e la gestione edilizia degli istituti scolastici superiori.
Ciò che rende la vicenda siciliana ancor più emblematica è il fatto che l’isola, in virtù del proprio Statuto speciale, gode di ampie e storiche prerogative legislative che avrebbero potuto snellire e facilitare enormemente l’intero iter burocratico di riforma rispetto ad altre regioni a statuto ordinario. Eppure, mentre a Trieste la politica ha permesso di superare le tappe e pianificare la transizione formale dei poteri regionali, a Palermo le potenzialità autonomistiche sono rimaste prigioniere dei regolamenti d’aula e dei calcoli di bottega, dimostrando come gli strumenti dell’autonomia necessitino di coesione politica per tramutarsi in reali benefici per il territorio.
Quando saremo capaci anche noi di tornare all’elezione diretta?