La tragica Strage di Altavilla si conclude, in primo grado, con una sentenza che non concede alcuno sconto e nessuna attenuante. Dopo una estenuante camera di consiglio protrattasi per dieci ore, la Corte d’Assise di Palermo, presieduta dal giudice Vincenzo Terranova, ha pronunciato tre condanne all’ergastolo. Il carcere a vita è stato inflitto a Giovanni Barreca e a coloro che l’accusa ha identificato senza mezzi termini come i registi occulti e materiali della mattanza: la coppia di Sferracavallo formata da Massimo Carandente e Sabrina Fina. I tre imputati sono stati ritenuti pienamente e lucidamente colpevoli della brutale uccisione di Antonella Salamone, moglie di Barreca, e dei loro due figli, Kevin di sedici anni ed Emanuel di appena cinque anni, al termine di una spirale di violenze inaudite consumatasi nel febbraio del 2024 all’interno della loro abitazione.
L’aspetto processuale si è a lungo concentrato sulla capacità di intendere e di volere dell’ex imbianchino e padre delle vittime. Inizialmente, la Procura di Termini Imerese aveva richiesto una condanna a trent’anni di reclusione per Barreca, sulla base di una perizia che ne attestava la semi infermità mentale. I giudici togati e popolari, tuttavia, hanno valutato diversamente il quadro probatorio e clinico, rigettando l’ipotesi e accogliendo in toto l’impianto accusatorio sostenuto anche dai legali delle parti civili, applicando la pena massima. La giuria ha inoltre stabilito risarcimenti per oltre un milione di euro in favore dei familiari delle vittime.
Una vicenda giudiziaria parallela ha riguardato la figlia primogenita, Miriam Barreca. La diciassettenne all’epoca dei fatti, sopravvissuta al massacro, era stata inizialmente condannata dal Tribunale per i minorenni a dodici anni e otto mesi di reclusione per la partecipazione attiva agli omicidi. Tuttavia, i giudici della Corte d’Appello hanno nel marzo scorso ribaltato il verdetto assolvendola pienamente, con la formula «perché costretta a commettere reato». La ragazza è stata ritenuta processualmente incapace di autodeterminarsi a causa del clima di totale isolamento, manipolazione e pressione psicologica instaurato nella villetta, pur avendo ammesso, nelle prime fasi d’indagine, di aver assecondato le violenze.
L’orrore perpetrato affonda le sue radici in un oscuro e incomprensibile delirio di fanatismo religioso. Le indagini hanno ricostruito minuziosamente come Carandente e Fina si siano lentamente insinuati nella fragile quotidianità della famiglia. I contatti presero il via alla fine del 2023 all’interno di una chiesa evangelica frequentata da Antonella e Miriam. Sfruttando abilmente le oggettive difficoltà economiche e relazionali della coppia, i due “santoni” convinsero Barreca che l’abitazione fosse infestata dal demonio e che ogni loro sfortuna derivasse da oscure presenze. La situazione degenerò in modo irreversibile quando la madre di famiglia, intuite le reali e pericolose intenzioni della coppia, tentò disperatamente di allontanarli.
Le carte processuali descrivono una settimana di sevizie disumane e sistematiche, perpetrate tra il 3 e il 10 febbraio 2024. Le comunicazioni estrapolate dai telefoni cellulari degli imputati tracciano il macabro prologo di ciò che sarebbe avvenuto. Il 3 febbraio, Sabrina Fina scrive a Carandente: «Guarda me, io sto pregando». Alle 18,32 invia un messaggio lapidario che anticipa la carneficina: «A morte». È l’inizio dei presunti riti di purificazione.
Le atrocità colpiscono per prima Antonella. La notte tra il 6 e il 7 febbraio, la donna, stremata dalle violenze, riesce a comporre il numero di emergenza 112. Il nastro della centrale operativa registra le sue ultime, disperate parole: «Aiuto carabinieri, aiuto». La comunicazione purtroppo si interrompe e l’episodio viene archiviato. Antonella perderà la vita poche ore dopo nella cucina della propria abitazione, vittima di percosse inenarrabili. La ferocia di quei momenti emerge crudamente dalle parole rese dalla figlia Miriam agli inquirenti: «Eravamo in cucina, mia madre era a terra con il volto in giù, ed erano presenti anche Sabrina, Massimo, Kevin e mio padre. La torturavano a turno, sia Sabrina che Massimo». Il corpo di Antonella verrà in seguito smembrato e dato alle fiamme in una buca scavata nel giardino, ridotto in cenere al punto da rendere quasi impossibile persino l’estrazione del DNA.
L’esecuzione non risparmia i figli. All’interno della villetta, il piccolo Emanuel viene sottoposto a torture strazianti. Nei video recuperati dagli investigatori, il bambino appare su un divano, confuso e terrorizzato. Alla domanda posta dai suoi aguzzini, «Chi ti ha mandato?», il piccolo risponde debolmente: «Il diavolo». Morirà soffocato in maniera atroce, ustionato e seviziato. In merito a questo scempio, il pubblico ministero Manfredi Lanza ha espresso in aula tutto l’orrore delle istituzioni: «L’aspetto che più ci ha turbato è stata la freddezza con cui la coppia ha torturato e seviziato il piccolo Emanuel — ha detto il pm Lanza — Sono state commesse atrocità. Per scacciare i demoni, come ci ha raccontato la figlia della coppia, Miriam Barreca, nella villetta di Altavilla si è consumata una mattanza».
L’ultimo a soccombere è il sedicenne Kevin. Il ragazzo lotta disperatamente per la propria vita, arriva a mordere Sabrina Fina e a colpire Carandente, ma viene infine incaprettato e strangolato con catene e cavi elettrici. Il giovane era stato precedentemente risucchiato nel vortice psicotico della coppia, tanto da inviare a un amico un ultimo, raggelante messaggio di testo: «Metto tutto nelle mani di Dio».
A rendere il quadro ancora più inquietante è il comportamento della “coppia diabolica” verso l’esterno durante i giorni della strage. L’accusa ha evidenziato come Carandente cercasse supporto morale e approvazione da altre figure religiose. Il 7 febbraio, a mattanza in corso, inviava questo testo: «Ciao fratello, purtroppo è venuta a mancare la signora Antonella e suo figlio Emanuel. Ora la figlia proverà a riportare in vita il fratellino. Prega per noi, fratello, e fai girare il messaggio».
La frustrazione per il mancato supporto esterno emerge anche da un altro inquietante messaggio inviato a un conoscente. Nella chat, Massimo Carandente si rammaricava del fatto che, nonostante avessero individuato una famiglia interamente posseduta dal demonio e stessero tentando di salvarla, i pastori e le guide religiose a cui era stato chiesto un intervento immediato si fossero tirati indietro accampando scuse di ogni tipo per non offrire il loro aiuto.
L’epilogo materiale di questa discesa agli inferi si concretizza la notte tra il 10 e l’11 febbraio. È Giovanni Barreca a crollare e a chiamare i carabinieri mentre vaga in automobile: «Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi. Vi aspetto a Casteldaccia». Davanti alle forze dell’ordine e allo scempio ritrovato in casa, proverà a giustificare l’indicibile con una sola frase: «C’era il demonio in casa».
Alla lettura del dispositivo che ha sancito i tre ergastoli, l’aula di tribunale è piombata nel più assoluto silenzio. Massimo Carandente e Giovanni Barreca hanno ascoltato la sentenza con lo sguardo assente, con quest’ultimo che indossava una maglietta con la scritta: «Padre fedele». Sabrina Fina, poco prima autrice di dichiarazioni spontanee in cui ribadiva la propria estraneità ai fatti, ha accolto il carcere a vita restando seduta, a capo chino, scena finale di una delle vicende di cronaca più assurde, oscure e dolorose degli ultimi anni.