La vertenza occupazionale legata allo stabilimento Pfizer di Catania ha subito una drammatica accelerazione negli ultimi giorni, assumendo i contorni di una vera emergenza sociale per l’intera Sicilia orientale.
La multinazionale americana ha infatti formalizzato alle segreterie sindacali territoriali e nazionali — Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil e Ugl Chimici — la decisione irreversibile di dismettere le linee produttive d’eccellenza dedicate alle siringhe preriempite MTX (Metotrexato, farmaco salvavita per patologie autoimmuni come l’artrite reumatoide) e ai dispositivi “Pen”, sistemi autoiniettori all’avanguardia progettati per garantire l’autonomia dei pazienti nelle somministrazioni domiciliari.
Lo stabilimento etneo, che dal 1959 rappresenta un presidio industriale storico e un polo d’eccellenza globale per la produzione di antibiotici parenterali e liofilizzati di prima linea per uso ospedaliero, si trova oggi travolto da una riorganizzazione strategica che ignora decenni di specializzazione tecnica. La manovra prevede l’esubero di circa 300 lavoratori diretti su un organico complessivo di 544 unità: un taglio che decapiterebbe oltre il 55% della forza lavoro interna, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa del sito.
L’impatto sociale ed economico travalica i cancelli della fabbrica, minacciando di innescare un effetto domino su un indotto vastissimo. Si stima che centinaia di addetti operanti nei servizi di manutenzione specialistica, logistica integrata e forniture tecniche potrebbero perdere il posto, alimentando lo spettro della desertificazione industriale nella “Etna Valley”. Quest’area, che per decenni ha rappresentato la risposta tecnologica del Mezzogiorno alle sfide globali, rischia ora di perdere uno dei suoi pilastri fondamentali, trasformandosi da distretto dell’innovazione in un deserto di capannoni dismessi.
A rendere la situazione paradossale sono i recenti investimenti milionari — inizialmente quantificati in 27 milioni di euro e successivamente incrementati fino a 34 milioni — annunciati dalla stessa Pfizer per la modernizzazione tecnologica e la transizione energetica del sito. Per i sindacati e le istituzioni locali, tali stanziamenti appaiono oggi come un investimento mirato esclusivamente all’efficientamento dei costi e all’automazione, piuttosto che a un reale rilancio industriale capace di assorbire i livelli occupazionali.
Di fronte a questo scenario critico, il Presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha espresso una ferma condanna, definendo la scelta aziendale una “ferita profonda” inflitta a un territorio che ha sempre offerto professionalità e sostegno istituzionale.
Il pressing della Regione sul governo centrale ha portato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, a convocare ufficialmente per il prossimo 22 luglio un tavolo di crisi nazionale presso il Mimit. L’incontro sarà decisivo: le parti sociali e le istituzioni chiederanno a Pfizer un’inversione di marcia, sollecitando la presentazione di un piano industriale alternativo che preveda la riconversione delle linee dismesse, l’introduzione di nuove molecole ad alto valore aggiunto e l’attivazione di ammortizzatori sociali conservativi. L’obiettivo è scongiurare una catastrofe occupazionale in un settore, quello farmaceutico, che l’Italia considera un asset strategico per la sicurezza sanitaria nazionale.