Le “preferenze” evocano da sempre scenari di accesi scontri politici nel nostro Paese, e quanto accaduto martedì sera a Montecitorio ne è la conferma più plastica. Nella prima serata, intorno alle 19,00, l’Aula della Camera si è trasformata nel teatro di uno scivolone per la maggioranza di governo, battuta sul filo di lana per un solo, decisivo voto: 187 i favorevoli, 188 i contrari. La bocciatura ha colpito l’emendamento, a prima firma Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, che puntava a scardinare l’attuale sistema per le elezioni politiche nazionali introducendo un meccanismo misto, caratterizzato da capilista bloccati ma con la possibilità per gli elettori di esprimere, appunto, una preferenza.
L’obiettivo politico era quello di intervenire sulla struttura della legge elettorale modificando l’eredità della storica legge Mattarella. Quel testo, varato nel lontano 1993, aveva introdotto un impianto prevalentemente maggioritario accompagnato da una quota proporzionale gestita tramite liste bloccate, eliminando di fatto il voto di preferenza per le elezioni politiche nazionali. Una scelta di chiusura poi confermata nel 2005 con la successiva legge Calderoli, la quale mantenne inalterato il principio dei candidati scelti direttamente dai vertici dei partiti senza alcuna possibilità di indicazione nominativa da parte del cittadino. A oggi, la possibilità di scegliere direttamente il candidato attraverso il voto di preferenza esiste per le altre consultazioni, ovvero per le elezioni comunali, regionali ed europee.
Il verdetto della Camera ha colto di sorpresa diversi osservatori, poiché sulla carta i numeri della maggioranza avrebbero dovuto garantire il passaggio. Per mandare sotto l’esecutivo, infatti, la semplice somma delle forze di opposizione non sarebbe stata sufficiente. Dietro il paravento dello scrutinio segreto si è consumata l’azione decisiva dei franchi tiratori, parlamentari che hanno tradito le indicazioni ufficiali dei propri gruppi per affossare la proposta.
La votazione a scrutinio segreto, attivata su richiesta delle minoranze in conformità con i regolamenti parlamentari della Camera, si è svolta nonostante la netta presa di posizione politica di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio aveva infatti auspicato pubblicamente un voto palese, convinta che solo la trasparenza dello scrutinio aperto avrebbe potuto spingere ciascun deputato ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte davanti ai cittadini, smascherando chi coltivava forti riserve. Tensioni e perplessità d’altronde non erano un mistero: sia Forza Italia sia la Lega avevano espresso forti dubbi sull’efficacia del nuovo meccanismo di voto, pur garantendo formalmente, alla vigilia del voto in Aula, che si sarebbero allineate alle indicazioni di voto favorevoli alla riforma.
L’esito del tabellone elettronico ha scatenato l’entusiasmo immediato dai banchi della sinistra, che ha festeggiato con calore il successo dell’operazione. Una reazione comprensibile sotto il profilo della pura convenienza. Per le forze di opposizione, infatti, il ripristino di un sistema basato sulla scelta diretta del candidato rischia di tradursi in un pesante svantaggio strategico. La sinistra teme un meccanismo che penalizzerebbe i partiti maggiormente dipendenti dal cosiddetto voto d’opinione, quello espresso da elettori che scelgono il simbolo per appartenenza ideale o politica, senza curarsi troppo dei singoli nomi in lista. Al contrario, il centrodestra vanta una rete di quadri e amministratori locali molto radicata sul territorio, in grado di mobilitare consensi personali significativi. Un confronto basato sulle preferenze individuali costringerebbe l’opposizione a una difficile rincorsa contro candidati capaci di spostare pacchetti di voti grazie alla propria notorietà.
D’altro canto, lo stesso timore ha probabilmente guidato la mano di diversi deputati della stessa maggioranza nel segreto dell’urna. Pur appartenendo a schieramenti forti sul territorio, qualche parlamentare del centrodestra teme la competizione interna. L’idea di doversi misurare con colleghi di lista dotati di un bacino elettorale imponente spaventa chi teme di non avere le risorse o la forza politica per emergere, preferendo la sicurezza della nomina garantita dai listini bloccati.
Sulla vicenda è intervenuto con forza Raffaele Lombardo. L’ex presidente della Regione Siciliana ha voluto rendere onore al tentativo della premier Giorgia Meloni, evidenziando come l’emendamento mirasse a restituire centralità al popolo, contrastando l’apatia degli elettori e riducendo l’astensionismo. Per il leader autonomista siciliano, il sistema delle liste bloccate ha progressivamente allontanato gli eletti dal territorio, portando in Parlamento figure spesso sconosciute ai cittadini e del tutto disinteressate alle reali necessità delle singole regioni, Sicilia in testa.
Il dibattito sollevato da Lombardo tocca una ferita aperta nel panorama politico degli ultimi decenni. Da quando la possibilità di scegliere il proprio candidato è stata cancellata dalle elezioni politiche, si è assistito a un progressivo e netto impoverimento qualitativo della classe dirigente nazionale. Questo fenomeno di deperimento della qualità e dello spessore dei rappresentanti ha colpito in modo drammatico e visibile specialmente la classe politica siciliana, storicamente caratterizzata da figure di forte peso territoriale e oggi spesso sostituita da figure di secondo piano, prive di un reale legame con l’elettorato.
A riportare la discussione su un binario di pragmatismo istituzionale ci ha pensato il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Pur rilevando che la premier mantiene la situazione pienamente sotto controllo, La Russa ha ricordato la natura del nostro sistema bicamerale spiegando che Palazzo Madama ha tutto lo spazio per correggere la rotta o ribaltare la decisione presa alla Camera. Se si è trattato di un semplice infortunio dovuto ad assenze temporanee, il recupero sarà agevole; se invece i motivi del dissenso interno fossero di natura politica, si aprirebbe una riflessione per l’esecutivo.
La Russa ha poi gettato acqua sul fuoco circa la tenuta della coalizione, ricordando che non si trattava di un voto di fiducia e che incidenti simili su emendamenti di peso si sono già verificati in passato. Ma ha anche lanciato un avviso preciso: al Senato il regolamento vieta il voto segreto su questa materia. Lì, per cambiare le cose, ognuno dovrà metterci la faccia.