Il Giudice per le indagini preliminari di Palermo ha disposto l’archiviazione delle indagini sulla scomparsa di Santina Renda, la bambina di sei anni di cui si persero le tracce il 23 marzo 1990 nel quartiere CEP.
Il provvedimento accoglie la richiesta della Procura, determinando la chiusura formale di uno dei casi di cronaca più complessi e longevi della Sicilia. Nonostante i recenti tentativi di approfondimento e le nuove audizioni dei testimoni, l’autorità giudiziaria ha stabilito l’impossibilità di procedere ulteriormente, lasciando irrisolto il mistero sulla sorte della piccola.
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La sparizione nel quartiere CEP e i primi elementi
Nel pomeriggio del 23 marzo 1990, in via Pietro dell’Aquila a Palermo, Santina Renda stava giocando all’aperto insieme alla sorella minore Francesca e ad altri coetanei. Nel giro di breve tempo della bambina si perse ogni traccia.
La prima e più immediata testimonianza fu quella della sorella, la quale spiegò alla madre che “un uomo con la barba le ha offerto una caramella e l’ha poi costretta a salire su un’auto”. La vettura venne indicata come una station wagon bianca guidata da un soggetto con occhiali da sole.
Negli anni successivi le autorità valutarono diverse piste, tra cui il rapimento finalizzato a transazioni illecite e il potenziale coinvolgimento di gruppi nomadi. Proprio a Bari, i Carabinieri rintracciarono alcuni cittadini di etnia rom in possesso di una fotografia di Santina che la ritraeva con gli stessi abiti indossati al momento della sparizione, un’immagine mai diffusa in precedenza dai familiari.
Le indagini registrarono anche episodi di sciacallaggio, tra cui la telefonata di una donna straniera e una comunicazione giunta alla famiglia Renda in cui si sentiva una voce infantile pronunciare un flebile “Ma’, ma’” prima dell’interruzione della linea.
Le dichiarazioni di Vincenzo Campanella
Un capitolo centrale dell’intera vicenda giudiziaria riguarda Vincenzo Campanella, un residente della zona affetto da deficit cognitivi. Inizialmente l’uomo si autoaccusò del fatto, sostenendo che la bambina fosse deceduta accidentalmente a seguito di una caduta dal suo ciclomotore.
Nello specifico, dichiarò: “… è caduta sbattendo la testa, cosi ho caricato il corpicino su un motofurgone e l’ho gettato in un cassonetto”. Le ricerche del corpo non diedero tuttavia alcun esito e Campanella ritrattò la confessione.
Due anni dopo, nel 1992, lo stesso Campanella fu condannato a 29 anni di carcere per l’omicidio e il tentativo di abuso sessuale ai danni del cugino di Santina, il piccolo Maurizio Nunzio Renda di otto anni. Nel 2024, a seguito dell’opposizione dei familiari all’archiviazione, i magistrati hanno nuovamente interrogato l’uomo all’interno della struttura psichiatrica in cui è ricoverato.
In questa sede, Campanella ha ritrattato ancora una volta, sostenendo che la confessione originaria gli fosse stata estorta con la violenza fisica da parte degli investigatori, e dichiarando di aver solo fatto fare un breve giro in motorino alla bambina prima di ricondurla nei pressi dell’abitazione, dove avrebbe notato a sua volta un’automobile di grandi dimensioni e un uomo con la barba.
I riscontri scientifici e le ipotesi recenti
Nel corso degli ultimi anni sono state tentate ulteriori verifiche per dare risposta ai dubbi mai chiariti. Nel 2023 si è proceduto all’esame del DNA nei confronti di una cittadina tedesca che riteneva di poter essere la bambina scomparsa a Palermo, ma il test genetico ha dato esito negativo.
Più di recente, la difesa ha avanzato la richiesta di verificare possibili collegamenti logistici con reti internazionali di traffico di minori, come quella del ben noto caso Epstein, un’ipotesi accolta con perplessità dagli investigatori a causa della difficoltà oggettiva di compiere un simile rapimento all’interno di un contesto urbano periferico e densamente popolato come il CEP degli anni Novanta senza generare immediati sospetti.
La decisione del GIP e il bisogno di giustizia
La firma del decreto di archiviazione da parte del GIP rappresenta la conclusione formale delle attività investigative dello Stato.
La decisione si fonda sulla carenza di elementi probatori concreti e sulla natura contraddittoria delle testimonianze raccolte nel corso dei decenni, che non consentono di formulare un impianto accusatorio sostenibile in sede dibattimentale.
La difesa della famiglia, rappresentata dall’avvocato Luigi Ferrandino dell’associazione Manisco World, ha espresso forte contrarietà rispetto alla chiusura del caso, evidenziando come diverse piste meritassero uno sviluppo più approfondito.
L’archiviazione non cancella i punti d’ombra accumulati in oltre trentacinque anni di indagini, ma certifica l’esaurimento delle strade percorribili sul piano processuale.
Il legale della famiglia ha rinnovato l’invito alla collaborazione pubblica, dichiarando: «Su Santina non deve calare il silenzio. Se qualcuno conosce la verità, è il momento di raccontarla». Il caso si chiude così senza una verità giudiziaria definita, lasciando aperta la frattura tra la conclusione tecnica delle indagini e l’assenza di una ricostruzione definitiva sull’accaduto.
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