PALERMO: ZIO E NIPOTE CONDANNATI ALL’ERGASTOLO

di Antonino Piscitello

La Corte d’Assise di Palermo, presieduta da Vincenzo Terranova, ha inflitto la pena dell’ergastolo a Kamel El Abed e Alì El Abed Baguera, zio e nipote entrambi di nazionalità tunisina, ritenuti responsabili dell’omicidio di Badr Boudjemai. ù

La vittima, un cameriere algerino di 41 anni noto come Samir, venne assassinato con tre colpi di pistola la notte tra il 3 e il 4 novembre 2023 in via Roma, nei pressi delle Poste centrali del capoluogo siciliano.

La sentenza accoglie integralmente le richieste avanzate dai sostituti procuratori Ludovica D’Alessio e Vincenzo Amico, alle quali si era associato l’avvocato di parte civile Enrico Tignini, legale della madre, della moglie e dei figli della vittima, per i quali è stato disposto il risarcimento dei danni.

Secondo la ricostruzione della Procura, l’agguato è maturato nel contesto di una accesa rivalità professionale tra i “buttadentro” di due attività di ristorazione concorrenti, situate nella zona del porto di Palermo. La vittima aveva appena terminato il turno di lavoro in un ristorante di via Emerico Amari e stava rientrando a piedi verso casa quando è stata affiancata e colpita a morte. Gli inquirenti hanno individuato in Kamel El Abed la mente e il pianificatore del delitto, mentre il nipote Alì El Abed Baguera è stato identificato come l’esecutore materiale.

La difesa degli imputati, rappresentata dai legali Salvino, Mario e Giada Caputo, ha sostenuto fino all’ultimo l’innocenza dei propri assistiti, evidenziando presunte lacune nei filmati di sicurezza, dai quali non si distinguerebbero con chiarezza né l’arma né la fiammata degli spari. Di diverso avviso l’accusa e la Corte, che hanno ritenuto decisive le analisi dei periti e la tracciabilità dei movimenti dei due imputati registrata dalle telecamere di sorveglianza cittadine.

Un elemento cardine del dibattimento è stato il ritrovamento nella memoria del telefono di Kamel El Abed della fotografia di una pistola, sulla quale la parte civile si è espressa confermando l’impianto accusatorio. “Gelosie, sguardi, aggressioni verbali – aveva spiegato Tignini – hanno preceduto l’omicidio di Samir. Non ci sono dubbi sull’identificazione attraverso le immagini. L’imputato ha riferito di avere comprato nel mese di giugno a Ballarò la pistola, di cui aveva la foto nel cellulare, per usarla a Capodanno e di essersene disfatto. Un racconto non credibile. Ha aggiunto che la pistola era a salve, circostanza smentita dall’analisi dei periti sulla fotografia”.

Con la sentenza di primo grado si chiude una prima fase processuale complessa. Per la difesa dei due condannati si profila ora il ricorso in appello.