I rappresentanti della Gay Street in via Argenteria a Palermo all’indomani dell’attentato fondamentalista islamico al Gay Pride di Berlino hanno chiesto al sindaco di proibire per ragioni di sicurezza l’ingresso nella strada a donne che indossano il burqa o il niqab (due tipi diversi di velo integrale che nasconde del tutto il viso). A sostegno di questa richiesta, ricordano che esiste in Italia una norma che vieta a chiunque di circolare senza essere riconoscibili.
Nel loro comunicato dicono: “La Gay Street di Palermo chiede al Comune di vietare l’ accesso alla Gay Street da parte di chi indossa il Burqa per questioni di sicurezza! Palermo è piena di donne con il volto coperto, coprirsi il volto in Italia è vietato dalla legge, non capiamo perchè alle donne musulmane questo debba essere concesso! La sicurezza dei cittadini viene prima di ogni culto religioso!“
Le reazioni alla nota della Gay Street sono state quasi tutte caratterizzate da una reazione ideologica a fronte di un problema di sicurezza che comunque non si può negare.
Arcigay e i rappresentanti del Gay Pride hanno preso le distanze ritenendo la proposta “irricevibile ed espressione di profonda ignoranza”, probabilmente però anche per il fatto che abituati a rappresentare tutto il mondo Lgbtq+ si trovano spiazzati di fronte ad una iniziativa di rilievo che non si fa rappresentare da loro.
Lo stesso sindaco, pur riconoscendo un problema di sicurezza, ha risposto negativamente ritenendo che si tratterebbe di una misura discriminatoria.
Ma alla domanda di maggiore sicurezza posta dai rappresentanti della Gay Street non si può rispondere ignorando il problema.
In discussione non è la religione musulmana, ma il particolare modo di intenderla del fanatismo islamico che vorrebbe adottare la sharia in un’interpretazione estrema come unico riferimento di legge. E l’interpretazione estrema della sharia condanna gli omosessuali alla pena di morte.
Probabilmente i rappresentanti della Gay Street hanno solo voluto provocatoriamente porre il problema della sicurezza ponendo un esempio concreto e chiedendo “da parte delle istituzioni locali maggiore protezione in un contesto così delicato e di grande vulnerabilità”.
Il nodo non è quindi il burqa o il niqab che pure pongono un problema di libertà per chi lo indossa e un problema di mancato rispetto delle norme che vietano di coprire il viso.
Il nodo è il controllo del fondamentalismo islamico che è un pericolo concreto che non si può sottovalutare e contro il quale occorre costruire un’alleanza anche con i tanti esponenti non fondamentalisti della religione islamica.
I rappresentanti della Gay Street ricordano di essere arrivati alla pacificazione con le realtà giovanili del quartiere. “Abbiamo risolto da soli – dicono – con il dialogo e il confronto gli atti vandalici subiti pochi giorni dopo l’inaugurazione con le bande di ragazzi del quartiere che strappavano le bandiere raimbow e offendevano i frequentatori della Gay street. Oggi quegli stessi ragazzi sono diventati i nostri più grandi alleati e il miracolo si è verificato quando si sono presentati alla porta del Bunker club chiedendoci di regalare loro una bandiera arcobaleno per partecipare insieme a tutti noi al Gay Pride di Palermo”. “Ma se con i ragazzi di Palermo si può dialogare – si legge nella nota – questo non è possibile farlo con chi pratica il fanatismo religioso islamico”.
I rappresentanti della Gay Street hanno posto un problema reale. Forse lo hanno posto in modo provocatorio e forse non politicamente corretto, ma certamente sottovalutarlo sarebbe gravissimo.
Il Comune, la Questura, la Prefettura devono porsi un problema speciale di sicurezza immediata della Gay Street a tutela della comunità locale e delle migliaia di turisti omosessuali che frequentano l’area.
Palermo è di tutti e deve saper difendere la sicurezza di tutti, prendendo atto che la sicurezza di alcuni è più in pericolo di quella di altri.