LE DUE PALERMO CHE NESSUNO VUOLE RACCONTARE

di Antonino Piscitello

Il trentatreesimo anniversario della morte di Padre Pino Puglisi riporta al centro del dibattito cittadino una riflessione che non riguarda soltanto il passato, ma la quotidianità di Palermo.

Il sacerdote ucciso a Brancaccio sapeva che la mafia non si sconfigge soltanto con le grandi inchieste giudiziarie, ma aggredendo le radici culturali della criminalità, a partire dall’educazione dei più giovani e dal recupero del tessuto sociale. Puglisi operava per sottrarre i giovani al controllo criminale chiedendo servizi, scuole e presenza delle istituzioni.

Oggi, a distanza di decenni da quel 15 settembre 1993, la città si trova a fare i conti con una divisione profonda che attraversa trasversalmente i ceti sociali, i livelli di istruzione e gli orientamenti politici. Esistono, nei fatti, due Palermo.

Da una parte c’è la Palermo civile, silenziosa e operosa, che ogni giorno compie il proprio dovere. È la cittadinanza che rispetta le istituzioni, che effettua regolarmente la raccolta differenziata, che pretende una città sicura e che dice no alla mafia non soltanto nei giorni delle commemorazioni ufficiali, ma anche attraverso piccoli gesti quotidiani di legalità e rispetto reciproco. Questa parte della città rifiuta la prepotenza e l’inciviltà come metodo di vita, opponendo ad esse la forza delle regole e del senso civico.

Dall’altra parte esiste una Palermo che continua a tollerare o ad alimentare i soprusi, l’inciviltà e il menefreghismo. Lo dimostrano fatti di cronaca recenti, come l’episodio che si è consumato nel quartiere Falsomiele, dove l’intervento delle forze dell’ordine ha scatenato reazioni violente da parte di un numeroso gruppo di residenti.

Quando un centinaio di persone sceglie di proteggere chi fugge o aggredire chi rappresenta lo Stato significa che quelle radici culturali della criminalità, che Padre Puglisi combatteva ogni giorno, esistono ancora. Episodi di questo tipo non possono e non devono essere giustificati con la scusa del disagio sociale: chi delinque o aggredisce le istituzioni sceglie consapevolmente di stare dalla parte dell’illegalità.

Tuttavia, analizzare queste dinamiche impone di evitare qualsiasi generalizzazione classista. Considerare la periferia come una riserva naturale di malavita significa condannarla definitivamente all’abbandono.

È vero il contrario: vivere onestamente, rispettare le regole e mantenere la schiena dritta in quartieri difficili come Falsomiele richiede un coraggio enormemente superiore rispetto a quanto ne serva in via Libertà o in altre zone del centro, dove il contesto sociale offre servizi, protezioni e vantaggi ben diversi. Quel coraggio però esiste, è diffuso ed è animato da moltissime persone perbene che abitano nelle periferie e che ogni giorno lottano per cambiare in meglio il loro quartiere.

Questo coraggio va riconosciuto, sostenuto e premiato, spezzando il circolo vizioso che relega le periferie al ruolo di mere discariche sociali o di territori intrinsecamente perduti.

Non bisogna, come troppo spesso accade, dividere la città tra buoni e cattivi in base al quartiere, al titolo di studio, al reddito o all’orientamento politico ma tra la Palermo di chi sceglie la legalità e quella di chi invece alimenta la prepotenza e l’inciviltà.

La vera sfida è quella di unire le forze fra tutti coloro che fanno parte di quella Palermo civile che sogna per la città un futuro diverso e che resiste ovunque, dal centro alle periferie. Solo così quel sogno di una città migliore potrà davvero trasformarsi in realtà.

PADRE PINO PUGLISI PALERMO PADRE PINO PUGLISI PALERMO .