La Commissione Regolamento ha dato il via libera a due interventi destinati a modificare profondamente l’assetto e le dinamiche di Palazzo dei Normanni: la stretta sul voto segreto e l’introduzione di sanzioni per contrastare i cambi di gruppo parlamentare.
Sulla questione dello scrutinio segreto, la discussione in Aula procederà unicamente sul testo base sostenuto dalla maggioranza. Il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, ha ufficialmente preso atto dell’assenza di proposte alternative da parte dell’opposizione. Si conclude così una fase di stallo iniziata la scorsa estate. A luglio, infatti, Galvagno aveva pubblicamente offerto di ritirare tutte le proprie proposte di modifica al regolamento, a condizione che le minoranze presentassero almeno un testo alternativo su cui avviare una discussione formale.
Scaduti i termini per la presentazione in Commissione, nessuna proposta formale è stata depositata, portando Galvagno a sottolineare la distanza tra le proteste manifestate dalle opposizioni all’esterno dell’Assemblea e la reale produzione di atti parlamentari all’interno delle sedi istituzionali. “Solo alcune settimane fa avevo annunciato pubblicamente il ritiro di tutte le mie proposte di modifica a patto che ne arrivasse almeno una dalle forze politiche di minoranza. Oggi, invece, né sull’abolizione del voto segreto né sulla sua eventuale limitazione è stato avanzato alcunché. Eppure, fuori dal perimetro di Sala d’Ercole e della Commissione, proprio contro il voto segreto, spesso assistiamo ad appelli roboanti: peccato poi che la protesta non si trasformi in proposta” ha dichiarato il presidente dell’ARS.
L’approvazione del testo della maggioranza rappresenta un traguardo politico centrale per la presidenza. La limitazione o abolizione dell’anonimato nell’urna viene considerata un passaggio imprescindibile per garantire la governabilità della Regione, andando a scardinare una prassi che nel tempo ha profondamente alterato gli equilibri tra maggioranza e opposizione.
Per scongiurare la richiesta di scrutinio segreto sui singoli emendamenti, in particolare durante l’approvazione delle manovre finanziarie, i governi regionali, infatti, si sono sempre trovati costretti a cercare intese preventive con le minoranze affinché rinunciassero a richiedere lo scrutinio segreto. Questo sistema ha di fatto conferito alle opposizioni un potere di veto anomalo, permettendo loro di imporre i propri desiderata e di condizionare l’azione esecutiva molto oltre il loro peso numerico reale.
L’abolizione di questo strumento mira a ristabilire una chiara assunzione di responsabilità da parte dei singoli deputati, disinnescando il fenomeno dei franchi tiratori e impedendo che le inevitabili differenze di vedute interne alla maggioranza si trasformino in un espediente per bloccare l’attività legislativa. La riforma poggia sul principio per cui il corretto confronto politico debba fondarsi sul dialogo e sulla trasparenza delle posizioni, eliminando dinamiche di continua contrattazione che rallentano ed indeboliscono le istituzioni.
La necessità di disinnescare la prassi dei franchi tiratori non è legata, come spesso viene obiettato nel dibattito politico, a una presunta debolezza strutturale della maggioranza di turno, tanto più che il problema si è presentato con diversi governi regionali, a prescindere dal colore politico. Il nodo risiede nel fatto che l’urna segreta offre totale copertura a qualsiasi insoddisfazione individuale, permettendo a pochi deputati di ribaltare il voto di un intero schieramento. I promotori del testo respingono categoricamente anche la tesi secondo cui l’eliminazione di questa prerogativa rappresenterebbe una limitazione della democrazia, dal momento che l’obiettivo resta quello di allineare le regole dell’Assemblea Regionale al modello del Senato.
Parallelamente al testo sul voto segreto, la Commissione ha approvato una misura specifica per scoraggiare il trasformismo e i continui cambi di schieramento a legislatura in corso. L’iniziativa nasce da un emendamento presentato dalla deputata del Movimento 5 Stelle Cristina Ciminnisi e ha incassato il pieno sostegno del presidente Galvagno, configurandosi come un intervento trasversale.
La nuova disposizione impone la decadenza automatica dagli incarichi ricoperti all’interno del Consiglio di Presidenza dell’Ars e negli uffici di presidenza delle singole commissioni parlamentari per tutti quei deputati che decidono di abbandonare il gruppo politico con cui sono stati eletti. La norma trae ispirazione da misure già adottate a Palazzo Madama a partire dal 2022. L’intento, condiviso dai diversi schieramenti, è porre un freno ai cambi di casacca spesso motivati da opportunità personali, tutelando la corrispondenza tra il mandato conferito dai cittadini nelle urne e la reale rappresentatività dei partiti all’interno degli organi direttivi dell’Assemblea.
Entrambi i provvedimenti attendono ora la calendarizzazione in Sala d’Ercole per la votazione definitiva. In caso di esito favorevole, le nuove disposizioni del regolamento non avranno efficacia immediata, ma entreranno formalmente in vigore a partire dall’insediamento della prossima legislatura.
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