LA DC FA FINTA E SCHIFANI NON LE DÀ SPAZIO

di Umberto Riccobello

L’ombra del passato, che sembrava sbiadita tra i corridoi di Palazzo d’Orléans, è tornata a farsi densa, trasformando un’alleanza di governo in un faticoso scontro di posizione. Renato Schifani non ha solo chiuso una porta alla DC, ma ha eretto un muro fondato su una discontinuità che in Sicilia appare oggi più determinante del consenso.

Tutto ha inizio nel novembre scorso, quando un terremoto giudiziario scuote le fondamenta della politica siciliana. L’inchiesta della Procura di Palermo su presunti appalti truccati e nomine pilotate nel settore della sanità colpisce al cuore la DC. Al centro delle indagini finisce Totò Cuffaro, per il quale vengono chiesti gli arresti domiciliari (poi eseguiti a dicembre). Le accuse parlano di un “sistema” capace di influenzare le scelte di dirigenti regionali e gare pubbliche.

Davanti alla gravità dei fatti, Schifani pone la sopravvivenza istituzionale davanti a ogni logica di coalizione. Agendo d’anticipo con una decisione motivata da ragioni di “responsabilità politica e morale”, il Presidente solleva dall’incarico Nuccia Albano e Andrea Messina. Pur non essendo coinvolti nell’inchiesta, i due esponenti della DC diventano “volti sacrificabili” sull’altare della credibilità del governo regionale.

La DC ha provato a resistere, ma lo scoglio sollevato da Schifani era ed è insormontabile. La richiesta del Presidente è netta: per tornare in gioco, il gruppo dei parlamentari deve smettere di essere, anche solo idealmente, riconducibile a Totò Cuffaro.

Non bastano le dimissioni del leader dalla segreteria nazionale; Schifani pretende un’abiura che passi dal cambio di simbolo e nome, così da recidere definitivamente il legame con una stagione politica che l’inchiesta ha riportato brutalmente d’attualità.

Arriviamo ai giorni nostri. Mentre la Sicilia fa i conti con le emergenze climatiche, il rebus politico resta irrisolto. Schifani, pur aprendo a un rimpasto che possa ridare equilibrio alla sua maggioranza, non ha cambiato di un millimetro la sua posizione verso lo scudocrociato. Le recenti manovre interne alla DC non hanno convinto il Governatore, che ha gelato ogni speranza di un rapido reintegro con poche, lapidarie parole:

«Seppur quasi completamente assorbito dall’emergenza maltempo, da quello che ho letto non mi sembra di intravedere significative novità».

Questa dichiarazione segna il confine tra la politica dei numeri e quella dell’opportunità. Schifani sa che la sua maggioranza potrebbe farsi più risicata, ma sembra convinto che il prezzo di un ritorno al passato, senza una “rottura netta” che coinvolga l’essenza stessa del partito di Cuffaro, sia troppo alto da pagare davanti all’opinione pubblica e agli alleati romani.

La partita resta aperta, ma per la DC la strada del ritorno in giunta non passa più dai voti all’ARS, bensì da un radicale processo di rifondazione che finora il partito non sembra pronto a celebrare.