Forza Italia affronta un momento di crisi a Caltanissetta, scossa dall’inchiesta giudiziaria che ha portato agli arresti domiciliari il deputato regionale Michele Mancuso. La vicenda, che ruota attorno a condotte corruttive legate alla gestione di finanziamenti pubblici destinati ad associazioni locali, ha innescato un effetto domino che va ben oltre le aule di giustizia, ridisegnando in tempi rapidissimi gli equilibri politici di una provincia dove il partito azzurro aveva costruito un consenso solido e capillare.
Il nucleo del contendere giudiziario, che ha visto confrontarsi su posizioni divergenti l’ufficio della Procura nissena e il Giudice per le indagini preliminari, risiede nella qualificazione giuridica del reato. Mentre gli inquirenti sostengono la tesi di una corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, configurando una gravità maggiore che comporterebbe pene sensibilmente più severe, il giudice ha optato per una lettura differente, inquadrando il fatto come corruzione per l’esercizio della funzione.
Questa divergenza di vedute non è un semplice esercizio di stile dottrinale, ma rappresenta il fulcro su cui si giocheranno le prossime battaglie al Tribunale del Riesame, chiamato a pronunciarsi in merito alla fondatezza delle accuse e alla misura cautelare. L’indagine, che ha preso in esame l’erogazione di fondi regionali a favore di un’associazione per la realizzazione di eventi culturali, ha gettato un cono d’ombra sulle modalità di interazione tra gli esponenti politici coinvolti nell’inchiesta e il mondo dell’associazionismo, mettendo in luce un sistema fatto di scorciatoie e fatturazioni gonfiate per drenare risorse pubbliche.
L’amarezza e lo stupore per quanto emerso dalle carte dell’indagine sono amplificati dal tono delle conversazioni intercettate tra il deputato e il suo collaboratore, Lorenzo Tricoli, anch’egli sottoposto a misura cautelare. Dalle risultanze investigative traspare una sorta di compiacimento per la propria abilità nel muoversi tra le maglie della burocrazia, un sentimento di impunità condiviso che si nutriva della convinzione di essere ormai intoccabili.
Il contrasto tra la percezione di sé come soggetti prudenti e capaci di agire nell’ombra, e la realtà di un’inchiesta che ha fatto emergere persino somme di denaro occultate con estrema ingenuità, restituisce il ritratto di una classe dirigente che aveva perso il contatto con il limite della legalità.
Sul piano squisitamente politico, il vuoto lasciato dalla repentina uscita di scena di quello che era considerato il maggiore procacciatore di voti dell’area ha scatenato una lotta intestina senza esclusione di colpi. Il sindaco di Caltanissetta Walter Tesauro, insieme agli assessori della sua giunta Calogero Adornetto e Guido Delpopolo, in passato legati da un rapporto di amicizia personale con gli arrestati, ha scelto la via del distanziamento pubblico, una manovra di salvataggio politico mirata a smarcarsi dall’imbarazzo dello scandalo.
Queste posizioni non sono tuttavia prive di attriti. All’interno del partito si registrano posizioni divergenti, come quella dell’assessore Marcello Mirisola che accusa i vertici locali di aver agito in solitaria, senza il necessario confronto con il consiglio comunale, innescando una guerra di logoramento che rischia di penalizzare l’amministrazione cittadina.
È in questo scenario di frammentazione che è intervenuto il segretario regionale Marcello Caruso, costretto a prendere in mano le redini del coordinamento provinciale ad interim per evitare la dissoluzione del patrimonio elettorale. L’obiettivo è quello di riorganizzare il partito in vista dei futuri appuntamenti elettorali, cercando di ricucire lo strappo tra le varie anime forziste.
Nel frattempo, la prospettiva di una candidatura all’Assemblea Regionale Siciliana ha già iniziato ad accendere gli animi, con figure che altro non chiedono che occupare gli spazi eventualmente lasciati liberi. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia.