INTELLIGENZA ARTIFICIALE MOTIVO DI LICENZIAMENTO

di Elena Mandarà

Il Tribunale di Roma ha riconosciuto come legittimo il licenziamento di una dipendente nel contesto di una riorganizzazione aziendale che coinvolgeva anche sistemi di intelligenza artificiale.

Parlando di intelligenza artificiale, le domande sull’impatto che questa tecnologia avrà sul mondo del lavoro sono sempre moltissime. Ed è sempre forte il timore di essere destinati a essere sostituiti dalle macchine. In questo contesto, la sentenza emessa qualche giorno fa dal Tribunale di Roma segna un momento di grande importanza.

Per la prima volta, infatti, si è parlato di intelligenza artificiale nell’ambito di una controversia di lavoro e, più precisamente, in un giudizio riguardante il licenziamento della graphic designer di una società di cybersicurezza. Il Tribunale di Roma ha infatti riconosciuto la legittimità del licenziamento della dipendente per giustificato motivo oggettivo, a fronte di una riorganizzazione aziendale dovuta a particolari esigenze economico-organizzative che aveva reso superflua la posizione lavorativa della dipendente coinvolta e ne impediva il ricollocamento in azienda.

L’elemento innovativo della sentenza – e quello che sta facendo maggiormente discutere – è dato dal fatto che parte della riorganizzazione aziendale che ha portato al licenziamento è legata all’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale.

L’equazione che saremmo portati a fare è: se l’azienda decide di usare un sistema di intelligenza artificiale e licenzia un dipendente di cui non ha più bisogno, è legittimata a farlo. Ma gli automatismi non sono quasi mai esatti quando si parla di leggi, e il primo punto da chiarire è proprio che la sentenza non va letta come una legittimazione tout-court del licenziamento in ragione dell’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale.

Piuttosto, i giudici di Roma hanno considerato questo elemento fra quelli rilevanti nell’ambito della riorganizzazione aziendale, come d’altronde è sempre accaduto nel corso degli anni a mano a mano che le nuove tecnologie sono entrate a far parte del mondo del lavoro. La valutazione è comunque legata al caso specifico, alle condizioni economiche in cui si trovava l’azienda in quel momento e alla valutazione di una serie di elementi che potrebbero non sussistere in altri casi.

Questo non vuol dire che l’avvento dell’intelligenza artificiale non avrà un impatto significativo sul nostro sistema produttivo e sulle dinamiche di lavoro, anzi. Lo sta già avendo e ne avrà sempre di più, come già avvenuto in passato con l’introduzione di altri strumenti. In questo caso, forse, la trasformazione avverrà più velocemente di quello che ci aspettiamo e rischia di coglierci più impreparati, perché l’unico modo per far fronte al rischio di essere “sostituiti” dall’intelligenza artificiale è quello di capire il cambiamento e acquisire le nuove e diverse competenze di cui avremo bisogno in futuro.

Il punto, quindi, è la necessità di preoccuparci di più della formazione di chi si trova già nel mercato del lavoro e, soprattutto, di entrerà a farne parte nei prossimi anni. Di investire molto di più nella creazione di nuove figure professionali, creando un mercato del lavoro competitivo, in cui domanda e offerta siano in grado di incontrarsi e non si assista al fenomeno del cosiddetto “mismatch” e, cioè, al disallineamento fra le figure professionali cercate dalle aziende e la formazione degli aspiranti lavoratori.

Facendo pace con l’idea che il progresso tecnologico non si fermerà, il compito delle istituzioni dovrebbe essere quello di fare qualcosa di concreto per preparare il Paese ad affrontare questo progresso, superando l’idea che non c’è niente da fare e saremo inesorabilmente destinati a soccombere di fronte allo sviluppo che ci aspetta.