C’è un limite invisibile, eppure invalicabile, che separa il diritto di cronaca dal voyeurismo giudiziario. Un confine che negli ultimi anni è stato sistematicamente calpestato, trasformando i fascicoli delle procure in sceneggiature da dare in pasto a un pubblico affamato di scandali. L’ultimo caso, che vede coinvolti il boss di Favara Carmelo Vetro e il dirigente regionale Giancarlo Teresi, rappresenta l’ennesimo capitolo di una deriva che questa redazione ha deciso di non assecondare.
Non leggerete qui i frammenti delle intercettazioni depositate presso la Procura di Palermo relativi al caso. Non troverete le frasi carpite da trojan o microfoni nascosti, non perché manchino di rilevanza investigativa, ma perché la loro pubblicazione indiscriminata ha ormai superato la soglia del tollerabile, colpendo persone che con l’inchiesta non hanno nulla a che fare e che si ritrovano individuate e giudicate senza possibilità di essere ascoltate.
Le informative di reato, atti tecnici destinati a un giudice per valutare la sussistenza di indizi, sono diventate materiale di dominio pubblico, rimbalzando da un sito all’altro carenti da filtro critico. All’interno di quei faldoni sono finiti i nomi di persone che non risultano indagate, che non hanno ricevuto alcun avviso di garanzia e che, molto probabilmente, non entreranno mai formalmente nel processo.
Eppure, i loro scambi privati, le loro confidenze o semplici citazioni in contesti che potrebbero persino essere opinabili sono stati dati in pasto alla pubblica opinione. Chi finisce in questo tritacarne non ha modo di difendersi: non può replicare a un’intercettazione decontestualizzata, non può spiegare il tono di una battuta o la natura di un rapporto personale. Viene giudicato preventivamente da un tribunale popolare che non segue le regole del codice, ma quelle più feroci del pregiudizio e del sospetto.
Perché questo materiale arriva sui laptop di chiunque? La verità è che non sappiamo dove il sistema si crepi, né come questo avvenga, né se avvenga sempre con uguali modalità. È una scatola nera in cui è impossibile individuare con certezza il punto di rottura. Non sappiamo chi distribuisce copia di atti riservati, nè come mai privilegi sempre lo stesso giornale e lo stesso giornalista. Sappiamo solo che lo Stato, che penetra legittimamente nella vita privata dei cittadini per indagare sui reati, abdica poi al suo ruolo di custode, permettendo che il materiale captato scivoli fuori, trasformando liberi cittadini in bersagli mobili di una cronaca senza filtri.
Questa scelta editoriale di non pubblicare il contenuto dei dialoghi non è un atto di censura, ma di resistenza civile contro un’architettura che non garantisce la tenuta stagna del materiale captato. Riteniamo che il giornalismo, pur nel sacrosanto diritto alla cronaca, debba occuparsi del merito delle accuse, lasciando la violazione della sfera privata fuori dalle proprie colonne.
Non è accettabile che la vita di un individuo, magari frutto di una millanteria o persino un conoscente citato di sfuggita, venga guastata da una pubblicazione che non aggiunge nulla alla comprensione della vicenda delittuosa ipotizzata. Tra l’altro, l’uso indiscriminato delle intercettazioni come strumento di intrattenimento,distorce la percezione della giustizia e il processo si sposta dalle aule ai social network, dove la presunzione di innocenza è un concetto astratto e la condanna è istantanea.
In questo scenario, l’articolo 114 del codice di procedura penale – che vieta la pubblicazione anche parziale del contenuto delle intercettazioni se non è riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento – smette di essere un semplice insieme di commi per diventare uno specchio davanti al quale ognuno è chiamato a confrontarsi.
Non si tratta di invocare sanzioni o di ergersi a giudici dell’operato altrui, ma di riconoscere che la norma traccia un confine etico prima ancora che giuridico. Oggi scegliamo di raccontare il fallimento di un sistema, convinti che la qualità di una democrazia si misuri anche dalla capacità di fermarsi e dire no.