Il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, è stato ascoltato ieri dalla Commissione parlamentare Antimafia dove, con la precisione chirurgica di chi maneggia faldoni che scottano, ha delineato un quadro che scuote la narrazione storica sulle stragi del 1992, rimettendo al centro della scena il dossier “mafia e appalti” predisposto all’inizio degli anni ’90 dal gruppo Ros dei Carabinieri guidato dal colonnello Mori.
Non si tratta di una semplice ipotesi investigativa, ma di una ricostruzione basata su “concreti, plurimi e univoci elementi” che indicano la gestione del dossier mafia-appalti come una concausa sicura della strage di via D’Amelio e, in misura leggermente minore, di quella di Capaci. Le parole del magistrato pesano come macigni perché vanno a colpire direttamente l’operato della Procura di Palermo di quegli anni, descrivendo un sistema di “indagini apparenti” che avrebbero garantito l’impunità a pezzi da novanta dell’imprenditoria e di Cosa nostra.
Il fulcro del ragionamento di De Luca risiede nella convinzione profonda che Giovanni Falcone avesse intuito, prima di chiunque altro, il valore esplosivo di quell’indagine. Già nel giugno del 1990, il magistrato parlava di una “centrale unica” di natura mafiosa che dirigeva l’assegnazione e l’esecuzione degli appalti in Sicilia occidentale, con il coinvolgimento di amministratori locali e strutture burocratiche.
Eppure, nonostante la “viva voce” di Falcone ne attestasse la bontà, il dossier mafia-appalti sarebbe stato sistematicamente depotenziato. De Luca ha denunciato come, nel procedimento originario, le indagini di fatto non siano mai state compiute. Un’omissione che riguarda in particolare la posizione di Antonino Buscemi, ucciso in un agguato nel 1995 ad Avola e considerato il mediatore di Totò Riina nella gestione degli appalti, l’uomo era ufficialmente socio in affari della Calcestruzzi Spa, colosso controllato dal Gruppo Ferruzzi.
L’informativa del ROS, giunta negli uffici giudiziari con questo carico esplosivo, finì per essere archiviata senza i necessari approfondimenti, segnando l’inizio di una stagione di omissioni che Borsellino avrebbe cercato disperatamente di contrastare.
Proprio Paolo Borsellino emerge dall’audizione come il magistrato che, dopo la morte dell’amico e collega, aveva compreso che la chiave di tutto risiedeva in quel dossier. Secondo la Procura di Caltanissetta, l’accelerazione dei tempi per l’esecuzione della strage di via D’Amelio è da individuare in un momento preciso: l’intervento che Borsellino fece il 25 giugno 1992 a Casa Professa.
In quell’occasione, il magistrato affermò pubblicamente di essere testimone di vicende che avrebbe riferito direttamente all’autorità giudiziaria di Caltanissetta. Borsellino era diventato un “autorevolissimo testimone”, l’unico in grado di rivelare elementi fondamentali sulla strage di Capaci e sulle dinamiche interne alla Procura di Palermo retta da Pietro Giammanco. Per Cosa nostra e per gli ambienti interessati a mantenere occulto il dossier appalti, la sua eliminazione divenne una priorità preventiva.
De Luca ha descritto con dovizia di particolari le anomalie che hanno caratterizzato la gestione delle inchieste a Palermo. Ha parlato di una “frammentazione delle indagini” e della creazione di procedimenti “doppioni” che correvano paralleli a quello principale, rimanendo però segreti persino ai vertici dell’ufficio. In particolare, il procuratore ha puntato il dito contro le fasi coordinate da magistrati come Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, sottolineando però come tutti gli “errori” investigativi commessi andassero sistematicamente nella stessa direzione: l’impunità dei vertici del gruppo Ferruzzi e di Buscemi. Si parla di intercettazioni ignorate, bobine smagnetizzate e deleghe di indagine conferite alla Guardia di Finanza invece che al ROS, scelte che avrebbero svuotato di efficacia l’azione di contrasto.
Il caso di Gioacchino Natoli è stato oggetto di riflessioni particolarmente dure. De Luca ha ipotizzato che l’ex pm sia stato “premiato” per la sua linea morbida sul dossier mafia-appalti con l’assegnazione della gestione del pentito Gaspare Mutolo, un incarico che garantiva il passaggio alla “serie A” della magistratura. La difesa che Natoli fece di Giammanco davanti al CSM è stata definita dal procuratore di Caltanissetta come vicina al “mendacio”, giustificabile solo con un alto grado di compromissione.
Inoltre, le dichiarazioni rese recentemente da Natoli in Commissione Antimafia sono state bollate come inattendibili perché, secondo gli inquirenti nisseni, sarebbero state “concordate” con il senatore Roberto Scarpinato, in una sorta di operazione a “doppia firma”.
Le reazioni politiche a queste rivelazioni sono state immediate e veementi. Il senatore Maurizio Gasparri, membro della Commissione, ha accolto le parole di De Luca come una conferma di gravi errori investigativi e di un silenzio su vicende che hanno segnato la storia d’Italia. Gasparri ha sottolineato come l’inerzia denunciata da De Luca abbia rafforzato l’isolamento di Borsellino, rendendolo un bersaglio facile per chi voleva bloccare le indagini sui legami tra mafia e appalti pubblici.
In questo contesto, la posizione di Roberto Scarpinato appare densa di interrogativi che vanno oltre la semplice appartenenza politica. Sebbene il senatore abbia provato a respingere le accuse parlando di “processi paralleli” e di un attacco alla propria storia professionale, la ricostruzione del Procuratore De Luca potrebbe far sorgere il dubbio di una condizione di incompatibilità di fatto con l’essere componente della Commissione Antimafia.
L’indagine nissena, tuttavia, non si limita a puntare il dito su singoli magistrati — i cui reati di favoreggiamento sono prescritti — ma cerca di ricostruire il contesto di “interventi esterni” che avrebbero accompagnato l’azione di Cosa Nostra. De Luca ha precisato che individuare il dossier mafia e appalti come concausa non esclude la presenza di istituzioni deviate.
Al contrario, la sparizione dell’agenda rossa di Borsellino, subito dopo la strage di via D’Amelio, appare ai PM come un atto compiuto da ambienti che avevano interesse a nascondere quanto il giudice avesse scoperto e annotato. Per la Procura di Caltanissetta, è certo che tale sottrazione non rispondesse a un interesse diretto della mafia, ma piuttosto a soggetti esterni impegnati in un colossale depistaggio finalizzato a fornire una lettura “minimalista” delle stragi, riducendole a mera vendetta criminale.
Un altro punto focale dell’audizione riguarda la cosiddetta “pista nera” e la partecipazione di esponenti della destra eversiva. Su questo fronte, De Luca è stato cauto, affermando che al momento non ci sono elementi ostensibili di cui parlare, pur non escludendo che tali soggetti possano essere stati concorrenti esterni. Tuttavia, il procuratore ha escluso categoricamente che la famosa “trattativa” Stato-Mafia possa essere considerata una delle concause della strage. Questa posizione segna una netta divergenza rispetto ad altre ricostruzioni giudiziarie del passato e sposta l’asse dell’attenzione sui “patti impliciti” tra apparati dello Stato e poteri economici che avrebbero trovato nel dossier appalti il punto di caduta.
L’inchiesta nissena ha inoltre messo in luce come la strage di via D’Amelio non abbia portato alcun vantaggio immediato all’organizzazione mafiosa, se non l’adozione di provvedimenti legislativi durissimi come il 41 bis. Questo dato rafforza la tesi della funzione “preventiva” della strage: l’obiettivo non era solo colpire un nemico, ma impedire che quel testimone d’eccezione, Paolo Borsellino, potesse parlare. La sua morte doveva servire a disperdere le sue considerazioni e le sue scoperte sulla “mancanza totale di indagini” che stava avvolgendo il lavoro di Falcone.
Nonostante la richiesta di archiviazione per un procedimento a carico di ignoti, il lavoro della Procura di Caltanissetta prosegue sul fascicolo ancora aperto che riguarda Natoli, Pignatone e l’ufficiale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti, il cui ruolo è legato alla gestione della tranche dell’inchiesta che fu delegata alla Guardia di Finanza invece che al ROS dei Carabinieri, autore della prima informativa.
Sebbene la prescrizione incomba, l’obiettivo dichiarato è fare luce su quella che viene definita “un’indagine apparente”, fatta di omissioni metodiche e di una gestione del potere giudiziario che, secondo De Luca, ha finito per favorire gli interessi mafiosi negli appalti pubblici. Il procuratore ha ribadito che anche i migliori magistrati possono sbagliare, ma quando tutti gli errori puntano verso la medesima direzione, quella della “impunità”, il dubbio sulla natura di tali sviste diventa una certezza investigativa.
Il clima in Commissione Antimafia resta dunque incandescente. Mentre la Procura nissena continua a scavare tra i detriti di indagini vecchie di trent’anni, il confronto si sposta sulla legittimità dei metodi investigativi e sulla tenuta delle vecchie verità processuali. Il dossier mafia e appalti, per anni rimasto in secondo piano rispetto ad altre piste più mediatiche, torna prepotentemente al centro del dibattito come il vero “crocevia di interessi politici ed economici” che ha insanguinato la Sicilia nel 1992. La sfida per la giustizia, oggi, è capire se sia ancora possibile distinguere, tra le pieghe di quei fascicoli, le impronte di chi ha tradito lo Stato dall’interno, condannando a morte i suoi servitori più fedeli.
In questo scenario, il metodo Falcone-Borsellino viene evocato da tutte le parti in causa, ma con interpretazioni opposte. Per il procuratore di Caltanissetta è proprio seguendo le intuizioni di Falcone che si arriva a comprendere come il dossier appalti fosse il motore della strategia stragista. Il sospetto di un “patto implicito per non fare indagini” getta un’ombra lunga sulla stagione dei primi anni ’90, suggerendo un’oltraggiosa salvaguardia di quegli stessi interessi economici che Falcone e Borsellino avevano iniziato a smascherare.
La ricostruzione di De Luca, pur tra polemiche e archiviazioni tecniche, consegna al Paese una nuova “diagnosi”: le stragi non furono solo atti di guerra militare, ma sofisticate operazioni di pulizia mirate a preservare un sistema di potere. La verità sulle morti di Capaci e via D’Amelio, dunque, continua a passare per quegli uffici giudiziari dove, secondo l’accusa, si scelse di non vedere ciò che era sotto gli occhi di tutti.
Mentre la Commissione Antimafia prosegue i suoi lavori, la sensazione è che al racconto più buio della storia repubblicana sia stato aggiunto un nuovo capitolo che potrebbe contribuire alla stesura definitiva e veritiera della storia di una stagione che ha segnato il destino del Paese.