RIDATE LA BAMBINA IVORIANA ALLA SUA MADRE NATURALE

di Antonino Piscitello

Una madre che salva la figlia dall’orrore delle mutilazioni genitali, una traversata della speranza che le divide e una burocrazia che, oggi, sembra voler punire la sfortuna a favore di una presunta stabilità psicologica ed economica. È il ritratto di un “buonismo coloniale” che calpesta il diritto naturale al ricongiungimento, ignorando l’amore materno.

Tutto inizia in Costa d’Avorio. Una madre, allora appena quattordicenne, scopre che la sua bambina è destinata all’orribile pratica dell’infibulazione. Non ci sta. Decide di scappare, di sfidare il mare e il deserto per garantire alla figlia un futuro di libertà. Ma il destino è atroce e durante il viaggio, per una serie di tragiche fatalità, le due vengono separate. La bambina approda in Sicilia da sola e viene inserita in un percorso di affidamento temporaneo ad una famiglia siracusana.

La madre non si arrende. Per anni la cerca disperatamente, attraversa l’inferno dei centri di accoglienza e le maglie della burocrazia. Quando finalmente la ritrova, inizia la battaglia legale. Nonostante il Tribunale per i Minorenni di Catania abbia sancito che non vi è mai stato abbandono e abbia ordinato il ricongiungimento, a distanza di un anno nulla è cambiato, la piccola è ancora lontana dalle braccia della madre, ostaggio di una retorica che trasforma il suo ritorno in un ipotetico pericolo per l’equilibrio psicofisico della bambina.

Proprio su questo punto si gioca infatti la narrazione di chi si oppone al ricongiungimento della piccola, utilizzando parole che sembrano voler colpevolizzare una madre che chiede soltanto di riabbracciare sua figlia. Si giunge a sostenere che la bambina, avendo ormai vissuto per quattro anni presso la famiglia di Siracusa, finirebbe per essere sottoposta, con i ripetuti tentativi di esecuzione del ricongiungimento, ad un vero e proprio trauma. Ma parlare di “trauma” nell’eseguire questa sentenza del tribunale significa ignorare il trauma originario e ben più profondo: quello di una madre a cui è stata sottratta una figlia dal destino e che ora, dopo aver affrontato mille ostacoli, si vede negato il diritto a riaverla.

Le tesi contrarie al ricongiungimento si spingono verso una pericolosa giustificazione culturale e psicologica, alimentata anche da un evidente pregiudizio.

Contro chi tenta di dipingere il ricongiungimento come un trauma, a causa del tempo trascorso, va ribadito con forza che la vera ingiustizia non risiede nell’applicazione di una sentenza, ma nel fatto che si utilizzi il ritardo burocratico come prova dell’impossibilità di tornare indietro. La donna ivoriana non ha mai smesso di essere madre; è stata vittima di una tragedia umanitaria che l’ha divisa dalla figlia. Usare gli anni di separazione forzata – un tempo dilatato dalle lungaggini del sistema e, forse, anche da una forma di rifiuto della famiglia affidataria – come arma per dichiarare “irreversibile” la situazione è di una crudeltà inaudita.

Va ricordato che la madre ivoriana non è stata violenta, non ha mai abbandonato volontariamente la figlia, né ha commesso reati. Al contrario, ha dimostrato un eroismo fuori dal comune per proteggerla da una barbara mutilazione tribale e per anni non ha mai smesso di cercarla, lavorando regolarmente per dimostrare la propria idoneità genitoriale.

Se oggi la bambina, schiacciata dal peso di una separazione forzata e di un vissuto drammatico, non riesce a percepire immediatamente la forza di questo legame, ciò non può in alcun modo diventare un pretesto per negarle un futuro con la sua famiglia d’origine; farlo significherebbe escludere per sempre questa madre dalla nuova vita che lei stessa ha lottato con ogni forza per garantire alla figlia, rischiando la propria per offrirle dignità e libertà.

Esaminiamo ora un ulteriore nodo cruciale di questa narrazione, che svela la natura profondamente discriminatoria delle resistenze al ricongiungimento: l’idea che la bambina starebbe “meglio” con la famiglia affidataria, anche perché quest’ultima dispone di maggiori risorse economiche. Si tratta di un pericoloso retaggio di quella mentalità classista che pretende di misurare la qualità di un nucleo familiare attraverso il censo. Si poggia sull’idea, tipicamente coloniale, che la missione di “salvare” un minore prevalga sempre sulla sua identità biologica e culturale; un principio che, guarda caso, viene applicato particolarmente quando la famiglia d’origine è povera e straniera.

È l’apice del white saviorism, l’idea distorta che una nuova vita e il benessere materiale siano l’unica possibilità di avere una “vera” infanzia, calpestando così la dignità e il sacrificio di una madre che ha messo a rischio la propria vita per salvare quella di sua figlia.

Se accettassimo questa deriva logica su scala nazionale, dovremmo legittimare l’allontanamento dei figli a ogni famiglia italiana in difficoltà economica per consegnarli a chi può offrire loro un tenore di vita più elevato, trasformando la povertà in una colpa punibile con l’allontanamento degli affetti più cari.

In conclusione, il mantenimento del legame con la famiglia affidataria non deve essere escluso, tuttavia, ciò non deve intaccare il diritto primario della bambina a riappropriarsi della sua storia e a stare con chi, con un coraggio immenso, le ha garantito un futuro migliore.

Nessuno dovrebbe chiedere di recidere traumaticamente gli affetti costruiti a Siracusa; al contrario, una tutela reale dovrebbe favorive un equilibrio che permetta alla piccola di mantenere queste relazioni senza che vengano usate come scudo per negare il suo diritto inalienabile a tornare dalla propria madre.

Impedire il ricongiungimento per difendere un’idea distorta di protezione è una forma di “buonismo coloniale” che non può più trovare spazio in uno Stato di diritto. Restituire la figlia a questa madre è un atto di civiltà che non può più attendere.