I simboli dei partiti, un tempo vanto di appartenenza e bussole ideologiche per l’elettorato, sembrano essere diventati un ingombro imbarazzante per il centrosinistra. Nelle ore concitate che precedono la chiusura delle liste per le prossime amministrative, tra Enna e Agrigento va in scena una “stranezza” politica che svela la natura più profonda dell’opportunismo targato PD e Movimento 5 Stelle.
La strategia è chiara: sostenere candidati che garantiscono voti e apparati, ma farlo nell’ombra, privandoli dei loghi ufficiali per permettere ai vertici nazionali di restare immacolati. Elly Schlein e Giuseppe Conte firmano così una sorta di contratto di mimetismo politico, una scelta che profuma di ipocrisia e che racconta molto della fragilità di un’alleanza costruita sull’incongruenza.
Nel cuore della Sicilia, a Enna, il protagonista di questo cortocircuito è Mirello Crisafulli. L’ex senatore, figura imponente della sinistra isolana, si trova nella bizzarra condizione di essere il candidato di riferimento di un’area che però si vergogna di apporvi il proprio sigillo ufficiale. Il Nazareno e i vertici pentastellati hanno deciso di negargli il simbolo, trincerandosi dietro una presunta necessità di rinnovamento che mal si concilierebbe con il profilo di un politico di lungo corso.
Eppure, grattando sotto la vernice di questo finto purismo, emerge una realtà torbida. Se davvero Crisafulli rappresentasse un passato da superare, la sinistra dovrebbe avere il coraggio di contrapporgli un’alternativa di rottura; invece, preferisce nascondersi dietro sigle civiche di comodo, lasciando che i propri militanti, i giovani democratici e gli attivisti grillini confluiscano in un calderone trasversale che vede in campo ex amministratori locali e simpatizzanti della Democrazia Cristiana.
L’operazione è cinica e calcolata: se l’ex senatore dovesse conquistare il comune, Schlein e Conte si affretterebbero a issare la bandiera della vittoria progressista; se dovesse perdere, potrebbero liquidare la vicenda come un esperimento locale non autorizzato, un’iniziativa di un singolo che non impegna i partiti nazionali.
È il gioco delle mani libere, un modo per incassare il consenso dei territori riservandosi il diritto di disconoscere il candidato un minuto dopo il verdetto. Il culmine di questo paradosso si tocca con la designazione ad assessori dei deputati Stefania Marino e Fabio Venezia, colonne del PD che certificano come il partito sia dentro la partita, nonostante la mancanza del logo sulla scheda.
Spostando lo sguardo verso Agrigento, il copione si ripete con varianti se possibile ancora più grottesche. Qui il Movimento 5 Stelle ha negato il logo ufficiale a Michele Sodano, candidato sindaco della sinistra ed ex parlamentare che proprio con i grillini aveva iniziato la sua ascesa prima di essere espulso per il mancato sostegno al governo Draghi nel febbraio del 2021.
Il coordinamento provinciale tenta di derubricare la faccenda a una mera questione tecnica, sostenendo che la lista è troppo eterogenea per meritare il simbolo. Ma la verità appare diversa e legata a vecchi rancori personali e strategie di sopravvivenza del presidente Conte, che non avrebbe perdonato le critiche passate del candidato che dal febbraio dello scorso anno ha aderito a Controcorrente.
Ad aggravare il quadro agrigentino interviene la rivolta del gruppo territoriale, che smentisce seccamente le ricostruzioni ufficiali sulla scelta del candidato sindaco, parlando di decisioni calate dall’alto dai responsabili regionali, ignorando mesi di discussioni interne che puntavano su nomi diversi. È la dimostrazione plastica di una gestione del potere che calpesta la base pur di mantenere equilibri di vertice.
La sinistra si presenta dunque al voto con una maschera, chiedendo ai propri elettori un atto di fede verso simboli fantasma. Questa attitudine non è che una difesa d’ufficio di una classe dirigente che teme il confronto con la realtà. Preferiscono nascondere la polvere sotto il tappeto del civismo credendo che possa bastare a coprire il fallimento di un progetto politico che ha smarrito la propria identità.
Il centrodestra osserva questo trasformismo come la prova definitiva di un moralismo d’accatto: una sinistra che non ha il coraggio delle proprie scelte e che sacrifica la trasparenza sull’altare della conservazione delle poltrone, cercando di ripulirsi la coscienza negando un simbolo che, nei fatti, è già abbondantemente infangato dalla loro stessa incoerenza.