AGRIGENTO, CENTRODESTRA DIVISO SU NOMI E STRATEGIE

di Redazione

Il quadro politico ad Agrigento si frammenta in modo definitivo, lasciando sul campo le macerie di un’unità che, fino a pochi mesi fa, sembrava l’unico obiettivo possibile per lo schieramento di centrodestra. Mentre a Messina ed Enna i partiti della coalizione sono riusciti a trovare una sintesi operativa, il capoluogo agrigentino diventa l’epicentro di una scossa che va ben oltre i confini comunali.

La decisione della Lega e della Democrazia Cristiana di correre in solitaria, puntando con decisione sulla figura dell’ex assessore regionale Luigi Gentile che, forte della sua esperienza passata negli uffici regionali, si propone come l’uomo dell’azione concreta, non rappresenta soltanto una scelta amministrativa locale, ma si configura come un chiaro segnale di guerra fredda inviato direttamente ai palazzi del potere palermitano.

Dall’altra parte della barricata interna, il blocco composto da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Movimento per l’Autonomia e Udc ha blindato la candidatura dell’avvocato Dino Alonge. Una scelta che punta a valorizzare una forte impronta civica, pensata per dialogare con il voto d’opinione e la società civile, presentandosi come una solida sintesi istituzionale sostenuta dalle principali forze dell’area. La rottura non è stata un fulmine a ciel sereno, bensì il risultato di settimane di trattative estenuanti e vertici finiti in un nulla di fatto, dove i veti incrociati hanno prevalso sulla strategia comune.

L’analisi di quanto sta accadendo tra le strade della Città dei Templi non può prescindere dalle dinamiche che regolano il governo regionale e l’Ars. Le tensioni che oggi spaccano il centrodestra agrigentino sono lo specchio fedele delle frizioni che agitano la giunta regionale e Sala d’Ercole. In Sicilia, il governo dell’isola si regge su equilibri fragili e la mossa di Lega e Dc sembra rispondere a una necessità di posizionamento in vista delle consultazioni regionali del prossimo anno.

Secondo diverse indiscrezioni che filtrano dagli ambienti parlamentari, l’asse tra il Carroccio e lo Scudo Crociato sarebbe il preludio a una vera e propria lista unica. Questa operazione servirebbe a blindare i due partiti contro il rischio di non superare lo sbarramento elettorale, creando un polo interno alla coalizione capace di trattare da una posizione di forza con i partiti maggiori.

Questa prospettiva, tuttavia, viene vista con forte sospetto dal resto del centrodestra. L’idea che Lega e Dc possano trasformarsi in un unico soggetto politico, o comunque in un cartello elettorale, spaventa chi teme refluenze negative dallo sdoganamento di soggetti politici legati a Totò Cuffaro.

La sfida che attende i candidati è ora tutta sul territorio, ma lo sguardo resta rivolto a Palermo. Se il modello agrigentino dovesse affermare la competitività dell’alleanza tra Lega e Democrazia Cristiana, muterebbero i rapporti di forza nel centrodestra siciliano.

Resta il fatto che la spaccatura attuale rischia di favorire gli avversari, ma per i protagonisti di questa rottura, la partita vera sembra essere quella dell’egemonia interna alla destra isolana, dove ogni comune al voto diventa una pedina fondamentale per lo scacchiere del prossimo anno.