Il momento della verità per il governo regionale siciliano sembra essere finalmente giunto, spinto da un’accelerazione giudiziaria che non lascia margini di manovra. Il tanto atteso rimpasto di giunta non è più soltanto una possibilità remota o un esercizio di stile politico, ma una necessità impellente che il presidente della Regione, Renato Schifani, si trova a dover gestire per blindare la stabilità del suo esecutivo.
Il rinvio a giudizio dell’assessora al Turismo, Elvira Amata ha agito da catalizzatore, trasformando un malumore latente in un’ansia da prestazione che coinvolge tutti i partiti della coalizione di centrodestra. La decisione del giudice per l’udienza preliminare di Palermo di mandare a processo l’esponente dei meloniani ha di fatto rimosso ogni resistenza ostativa al cambiamento.
All’interno di Fratelli d’Italia si respira un’aria di inquietudine, alimentata dal timore che l’onda d’urto dei processi possa travolgere l’immagine di integrità che la premier Giorgia Meloni sta cercando di imporre a livello nazionale. Non è un caso che i vertici romani abbiano deciso di intervenire direttamente. La discesa nell’isola di Giovanni Donzelli e Arianna Meloni, prevista per la prossima settimana, segna un passaggio decisivo e senza appello.
I due emissari della presidenza nazionale arriveranno con l’obiettivo dichiarato di ascoltare figure apicali ed eletti, ma soprattutto la base, quel “popolo della destra” che negli ultimi tempi ha manifestato segni di insofferenza verso alcune figure del partito in Sicilia.
L’incontro sarà l’occasione per una sorta di confessione ed espiazione collettiva, un momento in cui mettere le cose in chiaro lontano dai riflettori, con la determinazione di chi non può più permettersi passi falsi. Il modello gestionale adottato a Roma per i casi Santanché e Del Mastro sembra essere l’unico percorribile per evitare che il partito venga logorato. Elvira Amata starebbe già valutando l’ipotesi di fare un passo indietro, cercando però una via d’uscita onorevole che non appaia come una fuga disordinata, ma come un atto di responsabilità concordato con i vertici regionali e nazionali.
Tuttavia, l’addio dell’assessora al Turismo non sarebbe un evento isolato, bensì il primo tassello di un mosaico molto più ampio e complesso. Il puzzle della giunta Schifani presenta da tempo diverse caselle vuote o coperte da interim che pesano direttamente sulle spalle del governatore. Le deleghe agli Enti locali e alla Famiglia e lavoro attendono un titolare da oltre cinque mesi, un vuoto amministrativo che giocoforza rallenta l’azione di governo in settori strategici.
In questo scenario, le rivendicazioni degli alleati si fanno sempre più pressanti. La Democrazia Cristiana reclama il suo spazio dopo mesi di tensioni e veti incrociati. Il nome che circola, dopo il niet a Ignazio Abbate anch’esso coinvolto in vicende giudiziarie, e il “meglio no” alla presidente del partito Laura Abbadessa, è quello di Andrea Messina, la cui precedente esperienza si era interrotta bruscamente, ma che ora potrebbe ritrovare la strada per Palazzo d’Orleans, magari proprio riprendendo la sua precedente delega alle Autonomie locali, attualmente gestita ad interim dal Presidente.
Anche il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo attende il suo turno per incassare il dividendo della fedeltà. Si parla della possibilità che il secondo assessorato del movimento (si ipotizza quello alla Famiglia, politiche sociali e lavoro) vada Valeria Chiara Caci, assessora alle politiche sociali a Gela, sebbene il suo profilo tecnico-politico abbia sollevato perplessità tra gli alleati a causa della sua attuale presenza a Gela nella giunta di sinistra.
Ma è la partita interna a Fratelli d’Italia quella che promette i cambiamenti più radicali. Il partito della Meloni punterebbe con decisione all’assessorato alla Salute, attualmente ricoperto da Daniela Faraoni. Per questo ruolo strategico si fa il nome di Alessandro Aricò, attuale assessore alle Infrastrutture, o di Giorgio Assenza attuale capogruppo all’ARS.
Sempre per quanto riguarda Fratelli d’Italia vi è anche l’ipotesi del passaggio all’assessorato ai Beni Culturali della senatrice messinese Ella Bucalo, il cui trasloco alla Giunta regionale innescherebbe un effetto domino verso Roma; il suo seggio verrebbe infatti occupato da Francesco Paolo Scarpinato, attuale assessore ai Beni Culturali.
Le probabili dimissioni o l’eventuale sostituzione in fase di rimpasto della Amata libererebbe l’assessorato al Turismo, finora feudo di Fratelli d’Italia. L’ipotesi più accreditata e forse persino auspicata da Fratelli d’Italia, sarebbe l’assegnazione di quell’assessorato ad altro partito (se, beninteso, i meloniani prendono la sanità).
Dentro Forza Italia, si sa, vi sono molti malumori e numerose richieste di sostituire i due assessori tecnici, Daniela Faraoni e Alessandro Dagnino, con deputati regionali del partito. Ma quest’ultimo è ormai blindato dagli indiscutibili risultati ottenuti all’assessorato all’Economia. Uscirebbe quindi solo la Faraoni, in carico a Forza Italia e di fiducia del Presidente ma considerata troppo vicina alla Lega in quanto madre del sindaco leghista di Serradifalco e coordinatore provinciale di quel partito a Caltanissetta, Leonardo Burgio.
Gli azzurri, guidati in Sicilia da Marcello Caruso ma sotto la costante supervisione di Schifani, avrebbero già individuato in Nicola D’Agostino l’uomo giusto per fare l’assessore. La sua figura, vicina all’asse politico Totò Cardinale–Edy Tamajo, rappresenterebbe per il governatore un punto di equilibrio strategico, fermo restando che l’ormai probabile arrivo di un commissario da Roma potrebbe rimescolare le carte all’ultimo momento. D’Agostino in questa prospettiva potrebbe andare a ricoprire l’assessorato al Turismo lasciato libero dalle probabili dimissioni di Elvira Amata o le Infrastrutture nel caso che alla Sanità dovesse andare Aricò.
Anche la Lega, pur volendo mantenere lo status quo sui suoi due assessori, osserva con attenzione l’evoluzione degli eventi. La richiesta di “pulizia” avanzata da alcuni settori della maggioranza potrebbe infatti finire per coinvolgere anche Luca Sammartino, pilastro del Carroccio in Sicilia, anch’egli alle prese con vicende giudiziarie che potrebbero delineare un suo allontanamento.
Il riassetto non riguarda solo i nomi, bensì anche i tempi e l’opportunità politica. C’è chi spinge per chiudere la partita entro la fine del mese, prima che arrivino ulteriori scossoni dalle aule di tribunale. Infatti, l’agenda giudiziaria siciliana prevede a breve anche un passaggio delicato per il presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, il quale ha già dato prova di grande disponibilità, dichiarandosi pronto a qualunque decisione pur di tutelare il partito e l’istituzione che presiede.
In questo groviglio di ambizioni personali e strategie di partito, Renato Schifani deve agire con la velocità di un centometrista e la precisione di un chirurgo. Il rischio è che un rimpasto che non tenga il dovuto conto degli equilibri interni al centrodestra siciliano possa innescare una guerriglia parlamentare all’Ars, proprio nel momento in cui il governo ha bisogno della massima compattezza per approvare riforme fondamentali e avviarsi alla conclusione della legislatura.
D’altro canto, l’attendismo non è più un’opzione: la discesa di colonnelli e commissari romani indica chiaramente che il tempo delle mediazioni infinite e delle imposizioni calate dall’alto è scaduto. La Sicilia si conferma ancora una volta un laboratorio politico dove le dinamiche nazionali si intrecciano con le specificità locali, creando un cortocircuito che solo una decisa azione di leadership potrà risolvere.