AGGRESSIONE A MENFI, SEDICENNE MASSACRATO PER UN ACCENDINO

di Antonino Piscitello

La frazione balneare di Lido Fiori, a Menfi, è stata teatro di una brutale aggressione ai danni di un sedicenne, accerchiato e picchiato da un gruppo di quattro giovani con un pretesto banale.

L’episodio, che ha causato al minore la frattura di un dito e diversi traumi, riaccende i riflettori sulla violenza gratuita che continua a diffondersi e pone interrogativi urgenti sulla certezza della pena e sulla classificazione giuridica di tali atti, spesso derubricati a semplici risse nonostante la natura unilaterale e feroce dell’offesa.

L’episodio si è consumato sabato sera nei pressi di un locale pubblico. La vittima, identificata con le iniziali G. V., è stata avvicinata da un gruppetto composto da un maggiorenne e tre minorenni, presumibilmente provenienti dal vicino comune di Montevago.

Quella che sembrava una banale interazione si è trasformata in un incubo nel giro di pochi istanti. «Ti conviene cercarlo, sennò ti picchiamo», sarebbe stata la minaccia pronunciata dal branco dopo che il sedicenne aveva spiegato di non avere un accendino.

Dalle parole si è passati immediatamente alla violenza fisica: una raffica di calci e pugni che ha lasciato il giovane a terra. Solo l’intervento di alcuni avventori ha evitato conseguenze peggiori, mentre altri, per paura, sono rimasti a guardare.

Trasportato d’urgenza all’ospedale “Giovanni Paolo II” di Sciacca, il bollettino medico parla chiaro: contusioni, escoriazioni, una lesione al tendine e la rottura di una falange, con una prognosi iniziale di 20 giorni.

Le reazioni delle istituzioni e dei familiari non si sono fatte attendere. Il sindaco di Menfi, Vito Clemente, ha espresso profonda amarezza dichiarando: «È un altro episodio che mi amareggia moltissimo e invito i genitori di questi giovani aggressori a punirli, spero che non abbiano il coraggio di difenderli». Ancora più dura la testimonianza della madre della vittima: «È una vergogna – ha dichiarato la donna – sono arrivata sul posto e ho trovato mio figlio cosciente, ma stava male, era sdraiato a terra e non aveva la forza di stare in piedi. È una cosa che non auguro a nessun genitore. Se quei ragazzi avessero avuto un’arma, un coltello, oggi forse non saremmo qui a parlarne».

I Carabinieri hanno già individuato i responsabili, mentre le indagini proseguono per blindare il quadro probatorio.

Questo drammatico evento non è un caso isolato. Segue, infatti, il recente omicidio di Gabriele Vaccaro, ucciso per qualche parola di troppo riguardo una pizza, confermando un trend di aggressività immotivata che sta diventando una vera e propria piaga nazionale.

Il problema risiede in una pericolosissima sensazione di impunità che ha continuato a diffondersi per decenni. Per troppo tempo, aggressioni unilaterali e selvagge sono state liquidate dall’opinione pubblica e, talvolta, dai tribunali come “semplici risse” o reati minori da risolvere con un rimprovero o pene troppo lievi.

Sebbene il recente Decreto Sicurezza abbia introdotto correttivi importanti, inasprendo le sanzioni per i minori violenti e per le responsabilità genitoriali, manca ancora un intervento legislativo che colpisca il cuore del problema: la natura stessa del reato di aggressione.

Quando un branco si scaglia contro un singolo, o quando vengono utilizzate armi proprie o improprie, il rischio per l’incolumità della vittima è tale da rendere labile la distinzione tra aggressione e omicidio mancato, anche in assenza di lesioni gravi.

Per questo l’aggressione perpetrata in gruppo o armati dovrebbe essere equiparata, per la sua pericolosità intrinseca, al tentato omicidio. Solo l’applicazione di sanzioni più dure e una radicale riqualificazione del reato potranno scardinare l’illusione pericolosa che la violenza immotivata sia una cosa da poco e possa quindi restare impunita. La sicurezza dei nostri giovani non può più dipendere dalla fortuna che l’aggressore di turno non brandisca un coltello o non colpisca un punto vitale.