Le imminenti amministrative siciliane vedono un Centrodestra profondamente frammentato in Sicilia, nonostante le rassicurazioni della vigilia. La mappa politica dell’Isola, alla vigilia del voto di maggio, appare come un mosaico di alleanze variabili e strappi locali che mettono a nudo la fragilità della coalizione. Il paradosso siciliano emerge con prepotenza osservando i diciassette centri con oltre quindicimila abitanti dove si voterà con il sistema proporzionale: qui, la ricerca dell’unità sembra essere diventata un esercizio di retorica più che una pratica politica concreta.
Eppure, appena pochi mesi fa, durante i vertici regionali di febbraio, i leader dei partiti avevano tracciato una linea rigorosa: laddove non fosse stato possibile trovare una sintesi spontanea sui territori, sarebbe intervenuto il tavolo regionale per imporre un candidato unico. Quell’accordo, che doveva fare da scudo contro le tentazioni trasformiste, pare oggi un lontano ricordo, travolto dalle dinamiche di provincia e dai personalismi dei singoli notabili.
Il quadro che emerge dalle liste appena chiuse racconta una storia di veti incrociati e alleanze ai limiti dell’incredibile. Mentre il cosiddetto campo largo del centrosinistra, pur tra mille incongruenze e difficoltà, è riuscito a presentarsi compatto in molti centri nevralgici, la destra si ritrova a contare sulle dita di una mano i comuni in cui il vessillo della coalizione sventola su un unico nome.
Ad Agrigento, città simbolo di questa tornata, lo scontro è totale. In quello che storicamente è considerato un feudo del centrodestra isolano, si assisterà a un derby fratricida: da una parte la Lega e la Democrazia Cristiana che puntano su Luigi Gentile, dall’altra Forza Italia, Fratelli d’Italia e il Movimento per l’Autonomia che sostengono Dino Alonge. Una spaccatura che non solo indebolisce la coalizione ma, di fatto, spalanca le porte alle ambizioni di un centrosinistra che qui ha ritrovato una compattezza inaspettata.
Non meno complessa è la situazione a Marsala, dove lo scenario assume tinte quasi romanzesche. La coalizione ufficiale ha scelto Giulia Adamo, ma il sindaco uscente Massimo Grillo, espressione della stessa area politica, ha deciso di non fare passi indietro, correndo con il supporto dell’Udc e di diverse liste civiche. A rendere ancora più intricato il groviglio marsalese è la presenza di esponenti di Fratelli d’Italia che avrebbero trovato ospitalità nelle liste della candidata del centrosinistra, Andreana Patti. È la dimostrazione plastica di come i confini ideologici, in Sicilia, tendano a farsi sfumati quando entrano in gioco equilibri di potere locali o vecchi rancori mai sopiti.
Spostando lo sguardo verso l’area metropolitana di Palermo, il caso di Termini Imerese brilla per la sua singolarità. Qui è Gianfranco Miccichè a sparigliare le carte, decidendo di appoggiare apertamente la sindaca uscente Maria Terranova, espressione del Movimento 5 Stelle e candidata dell’area progressista. Una scelta che ha scatenato l’ira dei meloniani, i quali vedono in questo sostegno una vera e propria sfida alla coerenza della coalizione.
Nel catanese, il “magma trasformista” sembra scorrere con una fluidità ancora maggiore. A Bronte e San Giovanni La Punta, i partiti che dovrebbero formare un unico blocco si presentano invece in ordini sparsi, spesso mescolando i propri candidati con liste civiche che nascondono appartenenze politiche diverse. In questi territori, la competizione interna al centrodestra pare quasi più accesa di quella con gli avversari storici. Si assiste a una sorta di guerra di posizionamento in cui ogni sigla cerca di pesare il proprio consenso in vista di futuri assetti regionali, ignorando gli appelli all’unità lanciati dai vertici.
Nel siracusano spicca poi l’esempio di Lentini dove il centrodestra è diviso tra due candidati a sindaco. Ma l’anomalia più grande è che uno degli assessori indicati dal candidato del PD figura un consigliere comunale uscente di Forza Italia e che in una delle liste in suo appoggio risulta candidato il coordinatore cittadino dello stesso partito azzurro. Due uomini di Forza Italia nelle liste del campo largo senza che abbiano abiurato il loro schieramento.
Il panorama siciliano è ulteriormente complicato dall’influenza di leader territoriali che agiscono come battitori liberi. Cateno De Luca, con il suo movimento Sud chiama Nord, oscilla tra alleanze con la destra e intese con la sinistra a seconda della convenienza del momento. A Messina, la sua roccaforte, la sfida si fa infuocata contro il centrodestra ufficiale, che sogna di espugnare la città dello Stretto.
Questa eccessiva frammentazione solleva interrogativi sulla reale tenuta politica del Centrodestra siciliano. Se il tavolo regionale di febbraio era stato pensato per evitare il caos, l’esito attuale suggerisce un deficit di autorità dei leader rispetto ai territori.
La sensazione è che la Sicilia sia diventata un laboratorio di una politica post-ideologica, dove le etichette di partito contano meno delle reti di influenza personale. In questo scenario, il centrosinistra osserva con interesse, sperando che le ferite aperte nei comuni possano trasformarsi in un vantaggio competitivo al ballottaggio. Per gli elettori, orientarsi in questa giungla di simboli e nomi sarà una sfida non da poco, dovendo distinguere tra alleanze di facciata e reali programmi di governo per le proprie comunità.