CATANIA, FIUMI DI PIOMBO E KALASHNIKOV IN STRADA

di Antonino Piscitello

L’escalation di violenza che sta colpendo Catania nelle ultime settimane delinea uno scenario critico, in cui l’uso delle armi da fuoco sembra essere diventato il metodo ordinario per risolvere dispute banali o per dimostrare la forza dei clan.

Dai proiettili tra la folla vicino alla stazione centrale, alle spedizioni punitive con vittime collaterali, fino alle raffiche di mitra durante le corse di cavalli clandestine; in città le armi da fuoco continuano a diffondersi, arrivando anche nelle mani di giovanissimi e criminali comuni.

La situazione è allarmante e richiede un intervento immediato dello Stato per fermare una deriva che altrimenti rischia seriamente di trasformarsi in tragedia.

I fatti degli ultimi giorni descrivono una realtà dove la pistola è sempre pronta all’uso. In via Zolfatai, ad esempio, un diverbio tra un gruppo di italiani e uno di stranieri è degenerato rapidamente e, dopo una breve lite verbale iniziata in un locale, dalle parole si è passati presto ai fatti. Qualcuno ha estratto un’arma e ha iniziato a sparare, colpendo alla coscia un uomo di origini tunisine.

Pochi giorni prima, nel cuore di San Cristoforo, la violenza aveva già lasciato il segno davanti a una barberia. In quell’occasione, Rosario Litteri, 22enne nipote di un noto boss, ha aperto il fuoco ferendo alla gamba un lavoratore che si è poi rivelato essere il bersaglio sbagliato. 

Non si spara più, dunque, solo per logiche di spartizione del territorio o per guerre tra clan. Si torna a sparare anche per rispondere a sgarri personali, per di più con una certa approssimazione, colpendo vittime innocenti completamente estranee al mondo della malavita.

C’è anche un altro motivo per cui si torna a sparare, dimostrare la presenza dei clan sul territorio e la loro potenza di fuoco. L’ultimo episodio, immortalato in alcuni video già diventati virali, riguarda una corsa clandestina di cavalli nel Calatino. Tra calessini e scooter, i video ritraggono decine di ragazzini incappucciati armati di pistole e Kalashnikov.

Vedere chiaramente le pistolettate e le raffiche di mitra a scopo celebrativo, esplose davanti a decine di “tifosi” accorsi all’alba, conferma una diffusione di armi senza precedenti, con fucili da guerra anche in mano a giovanissimi. Non solo non c’è più alcun timore a utilizzarle, ma anzi esibirle pubblicamente è diventato un modo semplice per i clan di dimostrare la propria forza e la presenza sul territorio, lanciando un guanto di sfida sia allo Stato che alle cosche rivali per il controllo delle piazze di spaccio più ricche.

Il dato allarmante è anche la facilità con cui questi giovani riescono a procurarsi un’arma. Tra ordini sul deep web o canali Telegram, armi a salve modificate da specialisti e arsenali nascosti nei vani ascensore dei palazzoni di periferia, sembra evidente che la criminalità  a Catania abbia intrapreso un processo di vera e propria militarizzazione.

La verità è che ormai in tutta l’isola sono in troppi, sbandati o membri dei clan, a girare armati e quando in tanti girano armati prima o poi ci scappa il morto. 

La Sicilia non è una regione come le altre; la sua storia recente è segnata da cicatrici profonde che impongono una sensibilità diversa davanti a certi segnali.

Occorre prendere atto che serve maggiore rigore rispetto alle altre regioni, ma soprattutto un maggiore controllo, con un aumento esponenziale delle forze dell’ordine e possibilmente anche con la mobilitazione dell’esercito

La presenza dello Stato deve essere percepita fisicamente in ogni angolo delle nostre città, non solo come risposta repressiva, ma come presidio che non lasci spazio all’anarchia della malavita. Nonostante le indagini della Squadra Mobile e delle forze di polizia portino quasi sempre a fermi e identificazioni, l’azione repressiva a posteriori non basta più. Il passaggio dalla minaccia all’uso delle armi da fuoco è diventato troppo breve. 

La strategia delle pistolettate, anche quando non punta a uccidere ma solo ad avvertire, sta alzando la tensione a livelli critici. È necessario un intervento che non si limiti a rispondere al singolo episodio ma che punti alle gestione complessiva di questa emergenza, ristabilendo il primato della legge anche in quartieri dove il peso di certi cognomi sembra ancora fare ombra alle istituzioni. 

Bisogna agire ora, con una mobilitazione massiccia, prima che dal contare i bossoli a terra si passi a contare i morti.