BLOCCARE LE ASSUNZIONI SAREBBE LA RESA DELLA POLITICA

di Redazione

La proposta di blocco delle assunzioni e delle nomine approda oggi tra i banchi di Sala d’Ercole portando con sé il sapore amaro di una capitolazione delle istituzioni e della politica.

La proposta, che mira a congelare ogni forma di inserimento lavorativo o incarico di vertice nella galassia dell’amministrazione regionale e delle partecipate sino alla fine del 2027, viene presentata come un argine contro il clientelismo elettorale, ma è in realtà il tentativo di commissariare il governo e con esso la politica.

Emerge un quadro di profonda e inaccettabile sfiducia verso la capacità della politica di agire nei binari della legalità che di fatto delegittima l’intera democrazia rappresentativa.

Imporre un fermo biologico alla macchina amministrativa per paura che questa venga usata come merce di scambio non è una soluzione virtuosa, ma un’ammissione di impotenza che finisce per punire i cittadini onesti.

L’idea di blindare l’intera Amministrazione Pubblica nasce dal timore che l’ultima fase della legislatura possa trasformarsi in una stagione di assalti alle poltrone. Sebbene l’intento di prevenire ciò sia camuffato di nobiltà, il metodo scelto appare come una medicina debilitante che uccide il paziente invece di curarlo.

Impedire l’accesso al lavoro pubblico e nelle società controllate significa infatti privare la Sicilia delle energie fresche necessarie per far correre l’economia.

La trasparenza non si ottiene con le saracinesche abbassate, ma con procedure di selezione rigorose, concorsi limpidi e una vigilanza costante che non lasci spazio a zone d’ombra.

Il rischio di una paralisi gestionale è già stato evidenziato da diverse sigle sindacali del settore creditizio e amministrativo, preoccupate per il destino di enti fondamentali come l’Irca. Se la Regione intende affidare nuove responsabilità e la gestione di ingenti fondi europei a questi istituti, non può contemporaneamente tagliar loro le gambe impedendo il turnover o il rafforzamento delle piante organiche.

Pensare di governare la complessità della spesa pubblica moderna con uffici parziali e personale sottodimensionato è un esercizio di ottimismo che sfiora l’irresponsabilità. Senza competenze tecniche e forza lavoro, i progetti di sviluppo resteranno confinati sulla carta, trasformando la prevenzione del clientelismo in una certezza di inefficienza.

È necessario che la politica torni a rivendicare il proprio ruolo guida, assumendosi la responsabilità di gestire il bene comune secondo le leggi vigenti. Se esistono sospetti di irregolarità o timori di manovre illecite, la strada maestra resta quella della denuncia alle autorità competenti e del potenziamento degli organismi di controllo.

Mentre l’emendamento prosegue il suo iter resta il dubbio di fondo sulla visione di sviluppo che si vuole offrire all’isola. Il lavoro è un diritto costituzionale che non può essere sospeso o messo in pausa per calcoli di opportunità politica o per prevenire scenari che la magistratura e le forze dell’ordine sono già deputate a contrastare.

Già nella scorsa legislatura si impose al governo Musumeci un blocco simile, ma valeva per 180 giorni prima delle elezioni non 500 come adesso.

Una politica forte e trasparente non ha bisogno di lucchetti, ma di porte aperte presidiate dalla legalità. Impedire a un giovane siciliano di partecipare a una selezione pubblica oggi, per timore di quello che potrebbe accadere, rappresenta una sconfitta per l’intera società civile, che merita invece una classe dirigente capace di garantire opportunità.

Vorremmo sommessamente peraltro ricordare ai teorici della limitazione dei poteri del governo come funziona un sistema democratico: i cittadini votano e scelgono un governo. Se quel governo commette illeciti interviene la magistratura. Se i cittadini non sono soddisfatti, alla fine del mandato lo cambiano. Ma non possono esistere governi condizionati o sotto tutela.