AGRIGENTO, IL DISASTRO DEL CENTRODESTRA

di Redazione

La tornata elettorale di Agrigento rischia di trasformarsi nel più clamoroso autogol per i partiti di centrodestra dell’isola. La città si appresta a vivere le giornate delle elezioni amministrative in uno scenario di profonda incertezza, dove i numeri teorici non sembrano più bastare a garantire la stabilità. Nonostante una base elettorale orientata in modo netto verso le forze di governo, la coalizione si presenta all’appuntamento con le urne divisa e indebolita da veti incrociati.

Il voto si terrà tra domenica e lunedì e coinvolgerà diciassette centri dell’isola con una popolazione superiore ai quindicimila abitanti, tra cui spiccano realtà di primo piano come Messina, Marsala ed Enna. In ognuno di questi contesti il centrodestra sarà presente con un candidato sindaco ufficiale, ma è nella città dei templi che le tensioni interne alla maggioranza regionale minacciano di provocare smottamenti.

La frattura all’interno della coalizione ha portato alla presentazione di due aspiranti alla carica di sindaco tra loro concorrenti, espressione di anime diverse e inconciliabili del medesimo schieramento: Luigi Gentile, appoggiato da Lega, Democrazia Cristiana e Noi Moderati, e Dino Alonge, con le liste di Forza Italia, Fratelli d’Italia e MPA-Grande Sicilia. Questo scenario di frammentazione potrebbe determinare conseguenze pesanti per la tenuta degli equilibri politici regionali.

Il pericolo più concreto per i partiti di governo è legato alle dinamiche di un eventuale ballottaggio. Se il secondo turno dovesse trasformarsi in una sfida diretta tra uno dei blocchi moderati e lo schieramento di sinistra guidato da Michele Sodano, ex deputato nazionale del Movimento 5 Stelle e adesso legato a Ismaele La Vardera, l’esito della competizione diventerebbe del tutto imprevedibile.

Nel corpo a corpo del secondo turno, privo del trascinamento diretto delle liste e dei singoli candidati al consiglio comunale, la figura dell’esponente delle opposizioni potrebbe intercettare il voto di dissenso e risultare favorita, beneficiando senza merito alcuno della polarizzazione dello scontro.

L’attuale situazione rappresenta un netto passo indietro rispetto ai proclami dei mesi passati. Durante i tavoli di concertazione tenutisi a febbraio a livello regionale, i vertici dei partiti avevano stabilito una precisa linea d’azione per la gestione delle candidature. Il principio cardine prevedeva che, in assenza di un accordo spontaneo maturato nelle singole realtà locali, le segreterie regionali avrebbero esercitato il proprio potere di coordinamento per imporre una figura unitaria ed evitare spaccature dannose.

La realtà dei fatti ha invece dimostrato l’inefficacia di quella dichiarazione d’intenti, lasciando campo libero ai personalismi e ai conflitti territoriali. Un eventuale successo di Sodano e del movimento Controcorrente aprirebbe scenari inediti, offrendo una visibilità non preventivata al progetto politico populista di La Vardera in vista delle future scadenze elettorali regionali. Per il centrodestra, perdere la guida di una città in cui detiene da molti anni la maggioranza rappresenterebbe un segnale di debolezza strutturale dai risvolti imprevedibili per l’intera tenuta della coalizione in Sicilia.

Se la città dei templi dovesse davvero scivolare verso sinistra, trasformandosi nel feudo politico del movimento guidato da Ismaele La Vardera, per i registi di questa clamorosa spaccatura non ci saranno alibi, e soprattutto si aprirebbe davvero per la Sicilia la possibilità di uno scenario drammatico: rischiare, dopo la devastante esperienza Crocetta, di riconsegnare dopo dieci anni l’isola al populismo, all’approssimazione e ai poteri forti che non aspettano altro.