La drammatica vicenda di Davide Cavallo ha trovato un primo epilogo giudiziario in un’aula del Tribunale di Milano, dove la severità della legge degli uomini si è incrociata con una straordinaria espressione di umanità. Il ventiduenne ragusano studente della Bocconi, rimasto gravemente ferito durante una violenta aggressione, ha scelto di superare la barriera del rancore, offrendo un gesto di profonda riconciliazione a chi lo ha condannato a una sedia a rotelle e a una faticosa deambulazione assistita dalle stampelle. Un comportamento che incarna il significato più autentico del compatire, ovvero un profondo e condiviso soffrire insieme, capace di andare oltre la pur dura risposta della giustizia e di guardare al dolore dell’altro, persino di chi ha colpito.
La decisione del giudice Alberto Carboni è giunta al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato e ha delineato responsabilità ben precise per due dei cinque componenti del gruppo. Il magistrato ha inflitto vent’anni di reclusione ad Alessandro Chiani, il diciannovenne ritenuto l’esecutore materiale del ferimento, accusato di tentato omicidio e rapina. Per il coimputato Ahmed Atia, anch’egli diciannovenne, l’accusa iniziale è stata notevolmente ridimensionata e riqualificata in omissione di soccorso, determinando una condanna a dieci mesi e venti giorni di reclusione con la conseguente scarcerazione, essendo stato scagionato dall’addebito di rapina.
Si tratta di un verdetto che ha superato le stesse richieste formulate dal pubblico ministero Andrea Zanoncelli, il quale aveva sollecitato dodici anni per il primo e dieci anni per il secondo. Sul fronte economico, la sentenza ha stabilito una provvisionale di mezzo milione di euro per la giovane vittima e di cinquantamila euro per ciascuno dei componenti della sua famiglia, mentre la posizione di Atia per i risarcimenti sarà definita in sede civile. Resta invece ancora aperto il percorso per altri tre, minorenni, coinvolti nell’aggressione e il cui processo inizierà nei prossimi mesi davanti al tribunale competente.
I fatti risalgono alla notte del dodici ottobre dello scorso anno, quando l’esistenza di questi giovani è mutata radicalmente nello spazio di pochi minuti in corso Como, una delle zone della movida milanese. Lo studente era uscito per trascorrere una serata in discoteca e alle prime luci dell’alba è stato avvicinato da una banda di cinque giovani provenienti dal Monzese. Il gruppo lo ha aggredito brutalmente con l’unico scopo di sottrargli una banconota da cinquanta euro; quando il ventiduenne ha reagito e inseguito i malfattori, la situazione è degenerata. Lo studente è stato raggiunto da diverse coltellate alla schiena, al torace e al gluteo, oltre a subire pesanti percosse mentre si trovava ormai indifeso a terra.
Le lesioni causate dai fendenti sono risultate devastanti, provocando il perforamento di un polmone, la recisione di un’arteria e una gravissima lesione al midollo spinale. Un lunghissimo ricovero durato sei mesi e una complessa riabilitazione non hanno evitato al giovane danni permanenti che ne compromettono la normale mobilità, costringendolo a ridisegnare completamente la quotidianità propria e delle persone che gli stanno accanto.
L’aspetto più straordinario della giornata si è consumato prima della lettura del verdetto, quando il ragazzo ha chiesto il permesso di avvicinarsi ai suoi assalitori. Muovendosi a fatica ha raggiunto i due imputati, dando vita a un lungo colloquio ravvicinato culminato in un abbraccio sofferto e sincero. In quegli istanti, Atia ha consegnato alla vittima una lettera scritta di proprio pugno per esprimere il proprio rimorso e il senso di colpa per non essere intervenuto quella notte. Chiani ha manifestato a sua volta il proprio profondo pentimento, chiedendo perdono e confidando di aver pregato più volte per la salute di Davide.
La reazione del giovane alla lettura del dispositivo ha sorpreso molti dei presenti. Di fronte a una condanna così severa, lo studente si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato in un pianto liberatorio, mostrando stupore e dispiacere per l’entità della pena inflitta al suo coetaneo. Nelle sue successive riflessioni, pur riconoscendo l’esemplarità e la fermezza della decisione sotto il profilo strettamente giuridico, il ragazzo ha voluto guardare alla vicenda con gli occhi della pura umanità. Ha manifestato la preoccupazione che una punizione così lunga possa schiacciare un giovane di soli diciannove anni e ha espresso l’intenzione di andare a trovarlo in carcere, dimostrando di non essere indifferente al tormento del suo aggressore.
Questo atteggiamento non è giunto improvviso, ma rappresenta la prosecuzione di un percorso interiore che Davide, originario di Ragusa, aveva già manifestato pubblicamente nei giorni precedenti l’udienza attraverso una toccante lettera aperta. In quello scritto, il giovane ricordava lo sconcerto del risveglio in terapia intensiva e il calvario dei trattamenti medici, ma indirizzava parole di speranza e clemenza proprio verso coloro che lo avevano ridotto in fin di vita, esortandoli a non lasciarsi schiacciare dal peso del loro errore e a credere nella possibilità di costruire un domani migliore.