Il cuore di Palermo e i suoi storici mandamenti mafiosi tornano al centro di una massiccia operazione antidroga che mette a nudo, ancora una volta, la fragilità e le contraddizioni del sistema penitenziario italiano. Un blitz congiunto della Polizia di Stato e dei Carabinieri ha portato all’esecuzione di ventisei ordinanze di custodia cautelare, smantellando agguerrite reti criminali specializzate nel traffico di stupefacenti su larga scala. Gli indagati devono rispondere a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, con l’aggravante del metodo mafioso.
L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, squarcia il velo su un mercato florido che univa la Sicilia alla Calabria, alla Campania e alla città capitolina dove agiva un gruppo criminale albanese. Ciò che emerge con forza dirompente dalle carte dell’indagine non è soltanto il volume d’affari da centinaia di migliaia di euro, ma la disarmante facilità con cui i vertici del sodalizio continuavano a esercitare il proprio potere di comando stando comodamente seduti nelle loro celle. Il principale promotore del network criminale, Gabriele Pedalino, un esponente di spicco della famiglia di Santa Maria di Gesù già condannato per omicidio, coordinava le operazioni prima dal penitenziario di Ascoli Piceno e successivamente da quello di Livorno.
Armato di un moderno smartphone e sfruttando piattaforme di messaggistica criptata come Signal, Threema e Zangi, l’uomo aveva creato veri e propri gruppi virtuali per impartire ordini ai complici in libertà e pianificare l’acquisto di ingenti carichi di cocaina e hashish, gestendo la cassa comune del gruppo. Le conversazioni, decrittate dagli investigatori grazie a sofisticati Trojan introdotti nei dispositivi cellulari, mostrano una routine criminale consolidata, fatta di trattative serrate sui prezzi della merce, invio di fotografie dei carichi e persino videoconferenze su piattaforme social.
Per evitare di attirare l’attenzione, i trafficanti parlavano in codice utilizzando termini legati al cartello colombiano di Medellin, al cinema crime, o a pesi e misure apparentemente innocui, ma la sostanza rimaneva la stessa: un fiume di droga destinato a invadere le strade del capoluogo siciliano. Il gruppo godeva del pieno appoggio delle famiglie mafiose di Villagrazia, Santa Maria di Gesù e Villaggio Santa Rosalia ottenendo, nelle parole di uno dei grossisti intercettati, persino il benestare formale da parte dei vertici di Cosa nostra per rifornire l’intera piazza palermitana.
Questo scenario ripropone con drammatica urgenza il tema della sicurezza all’interno delle strutture carcerarie dell’isola, ormai trasformate in veri e propri uffici distaccati della criminalità organizzata. Il caso odierno non è purtroppo isolato, ma si inserisce in una scia di inchieste che negli ultimi anni hanno coinvolto numerosi istituti penitenziari siciliani. Nonostante i ripetuti campanelli d’allarme, l’amministrazione penitenziaria continua a dimostrare una cronica incapacità nel mettere in atto efficaci misure preventive.
Il perimetro delle carceri appare sistematicamente violato non solo dalla corruzione, ma anche dall’uso di tecnologie moderne come i droni. I clan mafiosi investono cifre considerevoli per acquistare velivoli sempre più tecnologici e silenziosi, capaci di trasportare diversi chili di carico e guidati da giovani vedette esterne capaci di eludere i controlli notturni. Di fronte a questo dispiegamento di mezzi da parte della criminalità, la risposta delle istituzioni appare tardiva e priva di una visione strategica a lungo termine.
Isolare i boss e impedire loro di comunicare con l’esterno dovrebbe essere la priorità assoluta di uno Stato che dichiara guerra alla mafia; al contrario, la realtà descritta dalle indagini racconta di penitenziari permeabili, dove la detenzione non interrompe affatto le carriere criminali, ma si limita a spostarne il baricentro tecnologico.