Il centrodestra siciliano si è incartato da solo in una tornata elettorale che si è trasformata, per molti versi, in un suicidio, un vero e proprio harakiri. Quella che fino a pochi mesi fa poteva apparire come una tranquilla sessione elettorale si è tramutata in una ritirata disordinata per i partiti che sostengono l’esecutivo regionale, puniti dalle urne non tanto per l’azione amministrativa in sé, quanto per una diffusa e logorante incapacità di presentarsi uniti davanti agli elettori. Le spaccature e i veti incrociati che da mesi animano il panorama politico interno si sono riversati inevitabilmente sui territori, frammentando le coalizioni e spianando la strada alle opposizioni.
Il paradosso di questa tornata è evidente se si guarda alla gestione della macchina regionale. Il governo guidato da Renato Schifani, che la storia recente dell’isola colloca senza dubbio tra le migliori e più concrete esperienze amministrative degli ultimi decenni insieme a quella del suo predecessore Nello Musumeci, sconta un pesantissimo deficit di narrazione e coordinamento politico. Questo esecutivo, pur avendo ottenuto risultati straordinari sul fronte del bilancio, delle riforme e degli investimenti strutturali, non è riuscito a comunicare ai siciliani la portata del lavoro svolto.
La percezione dei cittadini è rimasta slegata dai successi della cabina di regia palermitana, anche perché i vertici regionali del centrodestra non sono stati in grado di tenere coesa la coalizione. Al contrario, si è scelta la strada della tolleranza verso troppe tensioni locali, permettendo che ripicche personali e faide interne logorassero il quadro politico sia nell’intero territorio isolano che nelle aule parlamentari.
Il prezzo di questa disattenzione è stato altissimo. Nei diciassette grandi Comuni chiamati al rinnovo, il centrodestra che prima governava undici cittadine si ritrova oggi a stringere in mano appena quattro sindaci eletti al primo turno. Le roccaforti storiche sono crollate una dopo l’altra sotto i colpi di alleanze locali dell’opposizione o, più frequentemente, a causa delle corse solitarie dei singoli partiti o, addirittura, di singoli pezzi della maggioranza.
Il caso di Agrigento è emblematico di questo scenario di frammentazione. Nella Valle dei Templi, la coalizione si è presentata profondamente divisa, favorendo l’ascesa degli avversari. La spinta autonoma della Lega e della Democrazia Cristiana ha finito per drenare consensi decisivi ai candidati ufficiali dell’asse composto da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Mpa e Udc. Il verdetto delle urne ha certificato come le lacerazioni interne abbiano impedito la vittoria immediata, consegnando la città a un ballottaggio dall’esito quasi segnato, che vede Michele Sodano – il candidato voluto da Ismaele La Vardera – come netto favorito per il secondo turno previsto per il 7 e 8 giugno prossimo.
Copione identico si è consumato a Marsala, dove una coalizione unita avrebbe con ogni probabilità superato la soglia necessaria per blindare il municipio fin dalle prime battute. La scelta di marciare divisi ha invece frammentato i voti del blocco moderato, regalando una prateria alla sinistra che ha potuto festeggiare l’elezione di Andreana Patti senza nemmeno lo stress del secondo turno.
Anche Enna racconta una storia di veti incrociati e accordi trasversali, dove esponenti locali della maggioranza regionale hanno preferito sostenere Mirello Crisafulli, figura storica della sinistra ennese che dal palco del ringraziamento ha esultato dichiarando di essere il primo comunista a governare la città, piuttosto che convergere sul candidato ufficiale della coalizione di centrodestra.
Mentre la maggioranza si lecca le ferite, sul versante opposto si registra una netta riconfigurazione dei pesi politici. La vera novità di questa tornata è l’irrefrenabile marcia di Ismaele La Vardera, che si propone ormai apertamente come il nuovo timoniere della sinistra isolana. Attraverso una campagna elettorale demagogica e populista, quello che può essere considerato l’erede di Rosario Crocetta ha saputo intercettare il malcontento e aggregare il voto di protesta, ridimensionando di molto le ambizioni del Movimento 5 Stelle e relegando il Partito Democratico all’interno dello steccato isolato che esso stesso si è costruito attorno.
In questo scenario di generale arretramento, per la coalizione di governo rimangono poche e isolate isole felici, come le conferme arrivate a Milazzo con Pippo Midili, ad Augusta – dove Giuseppe Di Mare impartisce una severa lezione al candidato progressista conquistando la totalità degli scanni del prossimo consiglio comunale –, il riscatto ottenuto nel Palermitano, a Carini, con Rosa Covello, in attesa del risultato di Bronte e Barcellona Pozzo di Gotto. Ma si tratta di eccezioni che confermano la regola.
Il centrodestra governava infatti 11 comuni (di cui 2 capoluoghi) sui 17 al voto con il sistema proporzionale e il centrosinistra 3. Adesso il centrodestra ne governerà solo 5, Milazzo, Augusta, Ribera, San Giovanni La Punta e Carini (senza capoluoghi). Una vera e propria debacle. La sinistra ne avrà invece 5, Marsala, Lentini, Enna, Floridia e Termini Imerese, in attesa della quasi inevitabile vittoria ad Agrigento.
Il verdetto delle elezioni è un avvertimento chiaro per Palazzo d’Orleans: le buone leggi e i conti in ordine non bastano se la coalizione si divide sui territori e se non impara a raccontare ai cittadini la straordinarietà dei risultati ottenuti.