CENTRODESTRA: AD AGRIGENTO È A RISCHIO SCHIFANI

di Redazione

Il centrodestra siciliano si trova di fronte a un bivio cruciale che va ben oltre i confini territoriali di Agrigento. Il risultato del primo turno delle amministrative, piuttosto che cicatrizzare la profonda ferita all’interno della coalizione presentatasi al via con due candidati sindaco, la incancrenisce trasformando la città dei templi nell’epicentro di un malessere che rischia di far crollare la stabilità politica dell’Isola.

Ieri il Movimento per l’Autonomia–Grande Sicilia, che insieme a Forza Italia, Fratelli d’Italia e UDC sosteneva il candidato Dino Alonge, arrivato secondo alle comunali di Agrigento con il 34% dei voti, ha esplicitato con una nota durissima quello che questo giornale sostiene da tempo: l’esito del ballottaggio agrigentino non rappresenta soltanto una sfida per la poltrona di primo cittadino, ma costituisce un vero e proprio test di tenuta per l’alleanza e quindi per il Governo Schifani.

“Non sfugge a nessuno – dice la nota del Coordinamento regionale Mpa – che il centrodestra, ad Agrigento … si gioca molto di più: la propria tenuta, la propria credibilità e … la stabilità stessa del governo regionale”. E aggiunge “questo è il momento di impegnarsi, di metterci la faccia”.

Ovvio che i lombardiani si riferiscono ai vertici della Democrazia Cristiana e della Lega, che insieme a Noi Moderati avevano espresso la candidatura alternativa di Luigi Gentile che ha racimolato un modesto 14%, che però, spostato su Alonge, sarebbe stato sufficiente per vincere largamente. Ed è altrettanto ovvio che chiedono a questi partiti di dimostrare di far parte della coalizione intervenendo a favore di Alonge e qundi di “metterci la faccia”.

Le prime risposte del blocco che sosteneva Gentile non sembrano però positive. Lega e Democrazia Cristiana hanno lasciato intendere di non voler recedere, parlando apertamente di atteggiamenti ricattatori dell’altra parte del centrodestra e attribuendo le responsabilità della situazione alla gestione amministrativa degli ultimi anni del sindaco uscente Francesco Miccichè a loro parere eterodiretta dal deputato regionale ed ex assessore Roberto Di Mauro.

Non ricompattare l’intero schieramento di centrodestra sarebbe un gravissimo errore e potrebbe davvero compromettere le sorti del Governo e portare la Sicilia alle elezioni anticipate. Appare evidente che l’unica strada percorribile per evitare il collasso politico sia quindi una mobilitazione totale e immediata di tutta la coalizione a partire dal Presidente della Regione. È il momento in cui tutti i leader devono convergere su Agrigento, mettendo da parte le divergenze e i risentimenti personali per sostenere con convinzione Dino Alonge.

È molto probabile che il tentativo di recupero sia un’impresa disperata e che il ritardo accumulato possa risultare fatale nelle urne. È evidente che la minaccia “fine del mondo” di fare cadere il Governo regionale andava attuata al momento della presentazione delle liste. Tuttavia, arrendersi prima del tempo significherebbe firmare una dichiarazione di resa non solo ad Agrigento, ma nell’intera regione.

Il candidato populista Michele Sodano, guidato dal leader di Controcorrente Ismaele La Vardera e appoggiato da partiti e movimenti di opposizione, ha capitalizzato il malcontento e l’incertezza del centrodestra, ponendosi con oltre il 39% in una posizione di forte vantaggio per il secondo turno, avendo peraltro sfiorato la vittoria già al primo turno.

Se è vero però che il tempo a disposizione è pochissimo e che i favori del pronostico pendono verso lo schieramento avversario, è proprio per questo che la presenza fisica e il sostegno compatto ad Alonge diventano l’ultimo baluardo per dimostrare l’esistenza in vita della coalizione.

Non si tratta più soltanto di vincere, peraltro in un comune dal valore storico e culturale inestimabile, ma di dare una risposta di dignità politica.

Ad Agrigento si deciderà se l’alleanza possiede ancora un progetto comune per la Sicilia e ha la volontà di portarlo avanti, o se è destinata a liquefarsi sotto il peso delle proprie divisioni.