NON APRITE QUELLA PORTA

di Umberto Riccobello

Immaginate una scena in bianco e nero, di quelle che sembrano uscite direttamente dalla penna di Raymond Chandler. Atmosfera densa, fumo di sigaretta che taglia la luce di una lampada bassa e un gioco magistrale di chiaroscuri dove i volti dei protagonisti rimangono parzialmente in ombra. Sembra la trama di un noir degli anni 30, un classico cinematografico in cui il potere si muove dietro le quinte e i segreti si sussurrano nei corridoi.

Ma così non è. Non siamo nella Los Angeles dei detective privati e delle femme fatale, siamo nella Sicilia di Santo Piazzese e Cristina Cassar Scalia, dove la realtà supera regolarmente la sceneggiatura cinematografica. Il cliché, a quanto pare sempre verde, è quello dell’ospite nascosto nella stanza accanto.

A riportare alla luce questa singolare consuetudine della politica isolana è stato Gianfranco Miccichè. L’incredibile retroscena è emerso a sorpresa a Enna, durante il comizio di ringraziamento per l’elezione del neosindaco Mirello Crisafulli. Davanti a una piazza attenta, l’ex viceré berlusconiano ha tirato fuori un segreto custodito per vent’anni.

La storia risale alla vigilia dell’elezione alla presidenza dell’Ars del 2006. Miccichè si trovava a casa sua quando ricevette la telefonata di Crisafulli, all’epoca senatore del Partito Democratico, che lo avvertiva di una trappola orchestrata ai suoi danni da Angelino Alfano e Totò Cuffaro per non farlo eleggere sullo scanno più alto dell’Ars. Su consiglio dello stesso Crisafulli, Miccichè convocò Alfano e Cuffaro a casa propria per fargli credere di voler rinunciare alla presidenza in cambio dell’assessorato alla Sanità e stanarli.

Ma il dettaglio cruciale è un altro: Mirello non se ne andò. Si nascose in una camera attigua per ascoltare in diretta, non visto, l’intera conversazione con gli ignari interlocutori. Quella mossa, nata dall’asse trasversale tra Miccichè e Crisafulli, portò l’indomani all’elezione di Miccichè alla presidenza dell’Ars.

Vent’anni dopo, la storia si ripete con una precisione che lascia sbalorditi, quasi esistesse un manuale non scritto del perfetto intrigo. Le carte dell’inchiesta della Procura di Palermo su una serie di nomine e appalti hanno infatti svelato un copione identico, i cui protagonisti sono stavolta lo stesso Cuffaro, il leghista Luca Sammartino e il direttore del consorzio di bonifica occidentale, Gigi Tomasino.

Siamo nel 2024, al centro della contesa c’è la guida del consorzio di bonifica della Sicilia Occidentale e i poteri di Gigi Tomasino, fedelissimo di Cuffaro. Sammartino, assessore all’Agricoltura, decide di ridurne le competenze tramite una modifica statutaria. La reazione di Cuffaro è immediata e bellicosa e per tentare una mediazione viene organizzato un incontro chiarificatore proprio a casa dell’ex presidente della Regione. E qui scatta il medesimo cliché: Cuffaro suggerisce a Tomasino di essere presente all’appuntamento, ma di rimanere nascosto in un’altra stanza.

Mentre Sammartino, del tutto ignaro, discute animatamente liquidando la faccenda come una “minchiata” e l’ex presidente ribatte fermamente “Se non torni indietro ti scasso la minchia. Su tutto”. il terzo uomo ascolta in silenzio dietro la parete. Lo scontro si appianerà, i poteri rimarranno in capo a Tomasino e l’asse politico sarà salvo, almeno fino all’arrivo dei magistrati.

Due episodi distanti nel tempo, ma identici nella dinamica, che spingono a una riflessione amara e realistica: quante decisioni, quanti patti, quante confessioni involontarie sono state registrate da orecchie tese dietro una porta socchiusa in case private, uffici o segreterie politiche? Il dubbio, a questo punto, diventa d’obbligo per chiunque frequenti le stanze della politica.

Proprio per questo, è opportuno formulare un consiglio spassionato a tutte le persone che, d’ora in avanti, verranno invitate per una chiacchierata, un chiarimento o un vertice riservato. Quando vi dicono “vediamoci a casa mia per parlare con calma”, il rischio di non essere soli è altissimo.

La mossa precauzionale è una sola: accettare solamente se l’anfitrione abita in un openspace, in un ambiente strutturato senza l’uso di pareti divisorie interne, dove lo sguardo può spaziare ovunque e nessun muro o porta di servizio può nascondere un testimone silenzioso.

In alternativa, se la casa presenta la classica divisione in stanze, conviene rispolverare le buone prassi di una volta. Quando si veniva invitati a casa da persone appena conosciute o da sposini orgogliosi della loro nuova dimora, era d’uso chiedere all’ingresso di visitare l’appartamento. Fatelo anche voi. Chiedete un tour completo con tanto di descrizione di ogni singolo ambiente: “questa è la sala da pranzo, lì il tinello”. Aprite con nonchalance le porte dei corridoi e date un’occhiata dietro le tende. Solo dopo aver accertato che ogni camera è vuota, potrete sedervi al tavolo e cominciare a parlare. Forse.