Con la prima enciclica del proprio pontificato, Papa Leone XIV ha ufficializzato la posizione della Chiesa cattolica rispetto al grande tema dei nostri giorni: l’intelligenza artificiale.
Una scelta dichiarata sin dall’inizio del proprio mandato e intrinseca al nome stesso scelto dal Papa. Sulle orme di Papa Leone XIII, che affrontò le sfide legate alla rivoluzione industriale attraverso una propria enciclica, Papa Leone XIV ha deciso di dedicare il proprio impegno ai cambiamenti e alle sfide che l’intelligenza artificiale ha portato nel nostro tempo.
In estrema sintesi, l’auspicio è che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sia improntato a valori etici e morali che rispecchino, in ultima analisi, i principi propri della dottrina cristiana, mettendo al centro la dignità della persona e il valore dell’essere umano.
La direzione verso cui va l’enciclica non è solo (e non tanto) quella di un impegno diretto della Chiesa in questo percorso ma, soprattutto, quello di indicare alla politica e alle istituzioni la strada da seguire. Forse consapevole del fatto che oggi la Chiesa ha perso, almeno in parte, la capacità di influenzare direttamente la sfera culturale ed educativa, ma pienamente cosciente anche della complessità dello scenario geopolitico attuale, Papa Leone XIV rivolge il proprio appello a tutti gli attori che svolgono il ruolo di protagonisti in questa grande rivoluzione.
Lo fa affrontando senza mezzi termini la relazione problematica fra i pochi detentori del controllo sulle infrastrutture digitali, sui dati, sulle piattaforme e di tutte le risorse che compongono e contribuiscono allo sviluppo della tecnologia e gli Stati. L’ascesa del potere privato a scapito di quello pubblico, che potremmo definire come la cifra del nostro tempo, è uno dei fattori che stanno indebolendo il modello democratico che abbiamo costruito, almeno in questa parte di mondo, negli ultimi decenni.
Così, gli Stati sono richiamati al proprio ruolo di decisori politici, e i privati invitati a improntare la propria attività a principi etici, sostituendo la valorizzazione dell’uomo alla massimizzazione del profitto quale paradigma da seguire nelle proprie scelte imprenditoriali.
Pur nella piena consapevolezza della crisi del modello multilaterale e del diritto internazionale, viene data importanza al ruolo della diplomazia e del dialogo internazionale, indispensabile nell’affrontare temi che prescindono dai confini geografici.
Ma il problema di fondo non sta nel merito della direzione indicata da Papa Leone XIV, perché in fondo i valori cristiani sono quelli che hanno improntato la nostra cultura, e che sono inevitabilmente diventati il fondamento su cui si basano le nostre Costituzioni e i trattati fondamentali. Ne è già un esempio l’idea, a cui accennavamo poc’anzi, che l’attività d’impresa debba essere improntata al rispetto della dignità umana e all’utilità sociale. Per rendersene conto, basta leggere l’articolo 41 della nostra Costituzione che, dopo avere affermato che l’iniziativa economica privata è libera, chiarisce che questa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Entrando nel merito delle questioni, su cui torneremo fra poco, in molti casi viene da dire che le indicazioni del Papa “arrivano tardi”, almeno qui in Europa, perché coincidono perfettamente con principi e idee che l’Unione Europea ha già e sta continuando a cercare di tradurre in realtà concrete, attraverso la regolamentazione delle nuove tecnologie.
Forse è anche per questa ragione che in molti hanno letto l’enciclica del Papa come la prova della piena contrapposizione fra “i due americani più potenti del mondo”. Fra Papa Leone XIV, appunto, e il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump. E anche se, in realtà, la posizione della Chiesa si scontra anche quella di altri grandi attori internazionali (e il riferimento è chiaramente alla Cina), la questione preliminare che mi lascia perplessa riguarda proprio l’utilità della componente religiosa nell’influenzare un tema di così grande rilevanza.
Proprio perché lo sviluppo dell’intelligenza artificiale riguarda tutti i popoli, e proprio perché viviamo in un tempo di polarizzazioni e scontri, in cui la ricerca di un dialogo e di un punto di incontro si rivela ogni giorno più complessa, dare una connotazione religiosa alle scelte che riguardano cosa vogliamo farne e come vogliamo gestire questa grande rivoluzione rischia, a mio avviso, di avere un effetto opposto a quello sperato.
Di generare, cioè, una forma di rigetto verso questa impostazione, piuttosto che creare le premesse per una visione condivisa e comune. In altre parole, è davvero indispensabile, come sostiene lo stesso Papa, che la diplomazia internazionale ritrovi la propria forza e torni a essere guida di processi virtuosi di cooperazione fra gli Stati. Ma è importante, al tempo stesso, che lo faccia in nome di valori laici, che possano essere accolti più facilmente anche da chi è culturalmente distante da noi.
La costruzione di principi universalmente condivisi è un’aspirazione nobile, ma che deve scontrarsi con la realtà delle differenze che ci caratterizzano, e che rendono complesso il percorso in questa direzione. Provare a concretizzare la propria visione del mondo è legittimo, ma bisogna partire dalla consapevolezza che non sia l’unica possibile, e attribuirle un carattere smaccatamente identitario, come accade con la religione, può essere un’arma a doppio taglio. Perché è vero che, come scrive Papa Leone XIV, “non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto ‘allineamento’ dell’IA ai valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa”, ma è altrettanto vero che non esiste una vera giustizia sociale condivisa, e per costruirla bisognerebbe muoversi su un terreno neutro. A maggior ragione se è vero che “l’innovazione tecnologica può essere, in un certo qual modo, una forma umana di partecipazione all’atto divino della creazione” e che ogni scelta progettuale sulla tecnologia “esprime una visione dell’umanità”.
Ma qual è la visione suggerita dal Papa?
“La costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi”. Questa frase racchiude il presupposto su cui si basano tutte le riflessioni dell’enciclica: non bisogna rifiutare a priori la tecnologia, anzi. Bisogna però agire nella consapevolezza che essa può diventare uno strumento di miglioramento della condizione umana, oppure contribuire ad accrescere disuguaglianze e ingiustizie.
Nella visione del Papa, per essere in grado di guidare uno sviluppo virtuoso dell’intelligenza artificiale, il paradigma deve essere la protezione dell’essenza dell’essere umano, in contrapposizione alla pretesa perfezione della realtà algoritmica. Recuperare, cioè, la consapevolezza che la logica dell’efficienza ad ogni costo e della perfezione non rispetta l’intrinseca imperfezione umana, e l’idea che possa essere proprio la tecnica a salvarci dalla fallibilità dell’essere umano è pura illusione: perché la tecnologia è solo apparentemente neutra e oggettiva e perché nella storia evolutiva dell’uomo, sia come individuo che come collettività, l’errore è un elemento di sviluppo fondamentale.
Da qui, i primi consigli pratici, e altri esempi di quella che, come dicevo prima, è una convergenza piena fra i valori che permeano la dottrina cattolica e i principi confluiti nelle regole che l’Unione Europea ha scelto di darsi. Il monito del Papa, infatti, è quello di garantire che le scelte assunte dall’intelligenza artificiale siano sempre soggette a un controllo umano, che i dati su cui vengono addestrati gli algoritmi siano corretti, completi e non contribuiscano ad amplificare i pregiudizi e le ingiustizie che caratterizzano la nostra società. Tutti principi e regole che ritroviamo, ad esempio, nel Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.
Altri punti fondamentali riguardano quelli che l’enciclica individua come gli ambiti in cui concretamente stiamo assistendo ai cambiamenti portati dall’intelligenza artificiale, che ne stanno mostrando i rischi, e sui quali occorre intervenire nel solco dei principi di cui abbiamo parlato.
Il primo è il piano socio-politico: la crisi della democrazia dovuta al ruolo delle piattaforme nell’informazione e nella formazione del dibattito pubblico e del pensiero critico. È qui che viene data primaria rilevanza al ruolo dei media, che dovrebbero sottrarsi alla logica dell’immediatezza e recuperare la ricerca della verità come principio guida della propria attività, ma anche ai meccanismi che regolano la circolazione dei contenuti sulle piattaforme. Entrambi temi al centro dell’agenda politica e legislativa dell’Unione Europea: basti pensare allo European Media Freedom Act e al Digital Services Act, ma anche alle nuove proposte per contrastare il fenomeno dei deepfake.
Si passa poi all’educazione e alla tutela dei minori, altro tema dichiaratamente al centro dell’attività della Commissione. Nella consapevolezza dei rischi legati all’esposizione a contenuti violenti o di natura pornografica, ai fenomeni di adescamento, al rischio di dipendenza e all’influenzabilità dei minori, anche il Papa auspica l’imposizione di limiti d’età all’accesso dei social da parte dei minori, seguendo quella che sembra essere la direzione sostenuta dalla maggior parte dei Paesi in questo momento. Al tempo stesso, però, viene posto l’accento sull’importanza dell’educazione dei minori e della scuola come istituzione preposta a dar loro gli strumenti per conoscere e imparare a usare consapevolmente le nuove tecnologie.
Grande spazio viene inoltre dedicato al mondo del lavoro, in tutti gli aspetti che sono toccati dall’avvento dell’intelligenza artificiale: dai problemi legati alla mancanza di competenze adeguate a far fronte alle nuove richieste del mercato, alle nuove forme di sfruttamento dei lavoratori e all’esigenza di tutelare le categorie più deboli di fronte alla logica dell’efficienza. Un discorso che si estende, più in generale, all’etica che dovrebbe guidare la finanza e all’equità che dovrebbe diventare principio cardine nelle scelte sulla fiscalità, le protezioni sociali e le politiche industriali. Criteri che, nella logica dell’enciclica, non rappresentano certo un freno all’innovazione ma, anzi, uno strumento per renderla “vivibile e umana”.
Viene affrontato, infine, il tema della trasformazione della guerra all’epoca dell’intelligenza artificiale. Il rischio di disumanizzazione e il pericolo di abdicare alla responsabilità personale, di fronte a scelte prese dagli algoritmi. Si parla del volto nuovo della guerra, che passa anche dagli attacchi informatici e dalla manipolazione dei dati e dell’informazione, in uno spazio che – questo sì – è stato volutamente lasciato in un’area grigia, in cui valgono le regole esistenti, ma si fatica a costruirne di nuove. In cui far valere i principi che hanno guidato i conflitti fino a questo momento, specialmente di fronte alla crisi del diritto internazionale, è quantomai complesso. Anche in questo caso, anzi, soprattutto in questo caso, dovremmo però riflettere sull’opportunità di legare le riflessioni e le future azioni su come vogliamo che evolva la gestione dei conflitti a un discorso improntato al carattere religioso.
È triste da dire e forse difficile da accettare, ma la storia insegna che la religione più che a placare i conflitti, ha quasi sempre contribuito ad alimentarli, prestando il fianco a strumentalizzazioni e derive ideologiche che non portano mai al compromesso e alla soluzione.
Il punto focale su cui non si può non essere d’accordo rispetto a quanto scritto dal Papa è dunque la necessaria presa di posizione e assunzione di responsabilità da parte della politica e del potere pubblico, a cui spetta il compito di guidare uno sviluppo virtuoso della tecnologia, arginando i rischi che tutti vediamo e che, piano piano, si stanno concretizzando: dalle disuguaglianze sociali alla crisi ambientale, dalle derive oligopolistiche all’appiattimento del senso critico, sono tanti gli aspetti in cui l’intelligenza artificiale rivela le proprie problematicità. Al tempo stesso, però – ed è questo un punto enfatizzato dalla stessa enciclica – la prospettiva di cure migliori e di maggiori opportunità di sviluppo, e l’occasione di raggiungere obiettivi che, ad oggi, non sono pensabili per il genere umano impongono uno sforzo concreto per riuscire a sfruttare questa tecnologia, segnando un momento di sviluppo virtuoso dell’umanità.
La riflessione che ne segue riguarda la capacità della classe politica e istituzionale chiamata a svolgere questo ruolo. Limitandoci al piano europeo, abbiamo messo in luce molte delle iniziative legislative che hanno caratterizzato l’attività della Commissione, del Parlamento europeo e del Consiglio in questi ultimi anni che, sia in questa che nella scorsa legislatura, ha focalizzato gran parte dei propri sforzi proprio nel settore digitale. Una strategia politica che muove dal presupposto che la regolamentazione possa trasformarsi in strumento di influenza anche al di fuori dei confini europei, facendo sì che attraverso regole improntate ai principi fondamentali dell’Unione, quei principi siano condivisi da tutti. Una visione che si è però scontrata, e continua a scontrarsi, con la debolezza politica e di sviluppo industriale dell’Unione Europea che, di fronte a giganti come Cina e Stati Uniti, fatica a imporre le proprie regole e la propria visione.
Anche per questo la presa di posizione del Papa, per quanto condivisibile e apprezzabile nel merito, risulta un po’ debole in termini di efficacia. È vero che la politica deve recuperare la propria forza, ma la realtà è una società in cui ad avere la spinta trainante è l’economia. In cui idealmente dovremmo riappropriarci del potere della lentezza e della riflessione ma in cui, nei fatti, siamo schiacciati dalla velocità del cambiamento.
La nobile visione della dottrina cristiana è costretta a fare i conti, in altre parole, con la debolezza dell’unico braccio politico che potrebbe darle attuazione.