Nella grammatica della politica, sia essa di centrodestra o altro, il confronto interno e il superamento delle frizioni rappresentano passaggi fisiologici. Non esiste formula di governo o alleanza che non debba, periodicamente, ricalibrare i propri equilibri o sanare divergenze riguardanti il potere decisionale. Questo principio ha regolato a lungo anche la coalizione che guida l’amministrazione dell’isola, costretta a frequenti mediazioni per tenere unite le diverse anime che la compongono. Tuttavia, la tenuta della coalizione ha subito una frattura profonda, trasformandosi in una crisi strutturale, a seguito di un evento specifico: le elezioni provinciali di secondo livello celebrate il 27 aprile dello scorso anno.
Da quelle elezioni è partito il processo di sgretolamento della coalizione di centrodestra che ha portato a situazioni come quella delle comunali di Agrigento che inevitabilmente si ripercuoteranno su maggioranza e governo.
Quella tornata elettorale, che chiamò al voto sindaci e consiglieri comunali per ridisegnare la governance territoriale, avrebbe dovuto segnare un punto di svolta. Si trattava di eleggere i Presidenti e le assemblee dei Liberi consorzi di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa, Siracusa e Trapani, oltre ai componenti delle Assemblee delle Città metropolitane di Palermo, Catania e Messina. I capoluoghi metropolitani, per legge, infatti non esprimono un presidente poiché la carica spetta di diritto al sindaco del capoluogo.
Le province erano state cancellate nel 2014 per mano dell’esecutivo regionale di sinistra guidato da Rosario Crocetta determinando guasti enormi nel sistema istituzionale dell’Isola. Un passaggio che ha avviato una tormentata stagione caratterizzata dal commissariamento perenne, dal freno sugli investimenti, dal blocco della macchina burocratica interna e dal progressivo abbandono della manutenzione stradale e della gestione degli edifici scolastici.
Il ritorno alle urne per gli enti di area vasta, con il meccanismo del voto indiretto e ponderato, ha mostrato la profonda frammentazione delle coalizioni ed in particolare di quella della maggioranza.
In nessuna delle sei realtà provinciali chiamate a scegliere il presidente del Libero Consorzio, il fronte governativo è riuscito a fare scelte unitarie. Il quadro si è rivelato assolutamente frammentato e si sono registrate alleanze inedite e di pura convenienza locale, che hanno visto esponenti dei partiti della coalizione governativa unire in alcuni casi addirittura le proprie forze a quelle dei partiti della sinistra.
Un simile scenario di frammentazione e di intese trasversali non avrebbe dovuto trovare spazio. I vertici della coalizione, sia a livello regionale che nazionale, avrebbero avuto il dovere politico di non permettere questo scenario. L’errore principale fu quello di considerare tali dinamiche come semplici dispute di campanile o logiche strettamente territoriali. Sottovalutare l’impatto di quelle scelte sulla coalizione e sul governo regionale ha significato, nei fatti, far saltare ogni regola di coesione interna. Spostare l’asticella della disciplina di coalizione ha reso estremamente semplice, nei mesi successivi, replicare lo stesso schema: ogni decisione da quel momento è stata presa partendo dal presupposto che l’eccezione fosse ormai diventata la regola.
I vertici regionali del centrodestra avrebbero dovuto avocare a sé la gestione delle candidature in ogni luogo nel quale non si fosse riusciti a trovare l’accordo, imporre una linea d’azione rigorosamente unitaria, e vigilare con fermezza affinché gli accordi regionali venissero rispettati senza deroghe locali. Questa fermezza era un atto dovuto e doveva essere richiesto anche al presidente della Regione, Renato Schifani, che avrebbe dovuto pretenderla per salvaguardare la stabilità complessiva.
Da quel momento le ripercussioni psicologiche e politiche del “liberi tutti” si sono trasferite direttamente nelle aule dell’Assemblea Regionale Siciliana, dove l’attività legislativa è costantemente rallentata da veti incrociati e tensioni permanenti tra i gruppi della maggioranza, e in ogni angolo del territorio.
E come “nave senza nocchiero in gran tempesta” la coalizione di centrodestra assiste muta ed impreparata ad ogni pessimo risultato elettorale in attesa della madre di tutte le “tumpulate” che riceverà ad Agrigento e probabilmente a Ispica e a Bronte.
E tutto questo cominciò il giorno nel quale qualcuno disse: “Non importa, sono liti di pollai di periferia. Noi ci occupiamo delle questioni regionali”.