L’assetto politico della Regione Siciliana rimane saldamente ancorato alla leadership del presidente Renato Schifani. Nonostante le turbolenze che hanno caratterizzato la vita parlamentare all’Assemblea Regionale Siciliana e la logorante guerra prima sotterranea poi in campo aperto tra i partiti della coalizione, la linea ufficiale emersa nelle ultime ore sbarra la strada a qualunque ipotesi di scioglimento anticipato della legislatura.
I vertici isolani di partiti e movimenti della coalizione si sono affrettati a fare quadrato attorno a Palazzo d’Orléans, confermando la volontà di mantenere l’attuale assetto istituzionale fino alla scadenza naturale prevista per il prossimo anno. La volontà emersa dai responsabili regionali delle varie forze di centrodestra respinge ogni ipotesi di ritorno prematuro alle urne, spostando l’orizzonte della sfida elettorale direttamente alla scadenza naturale del prossimo anno.
La mobilitazione a sostegno dell’esecutivo ha visto scendere in campo i massimi vertici dei partiti di maggioranza, decisi a spegnere sul nascere ogni voce di crisi e a rimettere al centro l’attività amministrativa.
L’appello è arrivato persino da Lega e Dc, responsabili primi del drammatico risultato agrigentino.
Il commissario regionale di Forza Italia, Nino Minardo, si è fatto promotore di una linea improntata alla concretezza, evidenziando come la scadenza naturale della legislatura rappresenti un punto fermo e come i cittadini siano interessati alle risposte concrete sui problemi quotidiani piuttosto che alle formule della politica.
Sulla stessa lunghezza d’onda si è posizionata la Lega con il suo segretario regionale, Nino Germanà, il quale ha respinto con fermezza le ricostruzioni che dipingevano la coalizione in uno stato di confusione, ribadendo la solidità di un’azione amministrativa che sta portando risultati significativi sull’isola e bollando come poco lungimirante qualsiasi tentativo di scardinare l’alleanza.
Anche sul versante dei centristi il sostegno al governatore è apparso compatto. Dal fronte della Democrazia Cristiana, il capogruppo Carmelo Pace ha richiamato la coalizione a un profondo atto di lealtà nei confronti del presidente, sottolineando il dovere di portare a compimento il mandato quinquennale ricevuto dagli elettori nel segno della stabilità istituzionale.
Una posizione pienamente condivisa dal coordinatore regionale dell’Udc, Decio Terrana, che ha rimarcato il diritto del presidente di concludere ordinatamente il proprio percorso governativo a tutela della certezza amministrativa per tutti i siciliani.
Anche da Fratelli d’Italia, attraverso il commissario regionale Luca Sbardella, è giunta una sponda significativa che, pur nel quadro delle fisiologiche dinamiche e delle visioni interne ai partiti su una futura prospettiva a lungo termine, ha confermato la fiducia attuale all’inquilino di Palazzo d’Orléans, blindando la continuità della legislatura.
L’unica voce parzialmente dissonante è rimasta quella dell’ex governatore Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l’Autonomia, che pur non mettendo in discussione la presidenza ha invocato una forte accelerazione nell’azione di governo suggerendo un deciso rimpasto della squadra assessoriale.
Questa ritrovata compattezza rischia però di trasformarsi in un puro esercizio retorico se il centrodestra dovesse scivolare nuovamente nelle dinamiche conflittuali che hanno rallentato l’attività legislativa negli ultimi mesi. Non è pensabile proseguire ordinatamente il mandato se la maggioranza intende tornare alle vecchie abitudini parlamentari, presentandosi in aula all’Assemblea Regionale Siciliana come una compagine slegata, pronta ad affossare i provvedimenti del governo attraverso il ricorso sistematico al voto segreto per meri calcoli di bottega o rivalità interne.
Riconoscere la centralità del Presidente della Regione per poi smentirne l’autorità politica al primo tornaconto personale rappresenta una prassi insostenibile. Schifani è chiamato a esercitare appieno le sue prerogative di leader della coalizione in Sicilia, che troppo spesso non ha ritenuto di esercitare, e deve assumersi l’onere e l’onore di guidare la maggioranza senza subire i veti incrociati. Se dovessero mancare queste premesse di coesione, la strada dello scioglimento rimarrebbe l’unica alternativa dignitosa.
Il centrodestra ha il dovere di governare e dare continuità ai risultati amministrativi fin qui prodotti, ma deve anche fare chiarezza sul proprio futuro evitando di farsi trovare impreparato. Diventa quindi indispensabile fissare un termine temporale preciso, idealmente individuabile in sei mesi prima della naturale scadenza elettorale, entro il quale la coalizione unita dovrà indicare senza ambiguità se Renato Schifani sarà ancora il candidato alla presidenza per il prossimo appuntamento nelle urne o se si intende convergere su una figura differente.
Una definizione tempestiva del candidato è infatti l’unica garanzia per una campagna elettorale basata sui risultati di questi anni di governo. Se il centrodestra continuerà invece a logorarsi in una guerra di posizionamento, la Sicilia rischia di essere consegnata al populismo.
Il demagogo Ismaele La Vardera ha saputo capitalizzare il malcontento muovendosi con astuzia alle spalle delle forze tradizionali della sinistra isolana. In questo contesto, il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle hanno commesso un errore di valutazione grossolano: hanno sottovalutato i suoi metodi più che discutibili, ma anche il peso delle strutture e dei poteri che ne sostengono l’ascesa politica, convinti che la parabola dell’ex iena potesse non tradursi in una reale leadership sul campo.
Se la maggioranza non troverà una sintesi robusta, le forze populiste che hanno già colonizzato lo spazio del campo largo saranno pronte a conquistare Palazzo d’Orléans, prenotando tutte le stanze del governo regionale fino a tutto il 2032.