PD SICILIA, LA BUFERA SI ABBATTE SU BARBAGALLO

di Redazione

“Dinnanzi all’inadeguatezza politica e alla totale perdita di lucidità di Anthony Barbagallo, non possiamo più rimanere in silenzio. Anziché prendere atto che sul suo nome è impossibile costruire l’unità del partito e fare quindi un passo indietro, Barbagallo continua a tenere in ostaggio il PD siciliano”. Con questa durissima e perentoria dichiarazione d’accusa, contenuta in una nota congiunta diffusa dai dirigenti siciliani di Energia Popolare e Left Wing, correnti del PD legate a Stefano Bonaccini e Matteo Orfini, subito dopo la direzione regionale tenutasi sabato a Termini Imerese, esplode ufficialmente la resa dei conti all’interno del Partito Democratico nell’isola.

La richiesta formale di dimissioni indirizzata al segretario regionale, membro della Camera dei deputati e riferimento di Elly Schlein in Sicilia, apre una frattura che ha tutta l’aria di essere insanabile nel perimetro del campo largo siciliano, trasformando i risultati dell’ultima tornata di elezioni amministrative nel terreno di uno scontro frontale sulla leadership e sulla gestione delle alleanze locali.

La tempesta perfetta che si sta consumando in queste ore rappresenta in realtà l’acuirsi di una frattura profonda che affonda le sue radici nelle modalità stesse con cui l’attuale vertice regionale ha preso forma. Al centro c’è proprio Barbagallo che volle essere eletto segretario nonostante una larghissima porzione del partito e molte figure di spicco avessero tentato di sbarrargli la strada fin dalle prime battute delle consultazioni. Molti ricordano ancora i giorni tesi del congresso, un appuntamento in cui la ricerca del largo consenso naufragò clamorosamente: l’europarlamentare palermitano Giuseppe Lupo e ben otto deputati regionali su undici non parteciparono per protesta all’assise, lasciando un vuoto politico pesantissimo, mentre i ricorsi per brogli sull’iter congressuale venivano depositati alla commissione nazionale di garanzia del partito.

A distanza di dodici mesi da quel congresso che lo vide eletto tra le polemiche, lo scenario odierno si rivela l’esatto opposto di quello auspicato dallo stesso Barbagallo. All’epoca, ammettendo che i congressi nell’isola fossero storicamente caratterizzati da forti tensioni, il neoeletto segretario aveva scommesso su una ripartenza, parlando di un Partito Democratico finalmente certificato, rinnovato e capace di attrarre nuove forze.

Quella narrazione improntata al rinnovamento e all’ottimismo si scontra frontalmente con l’analisi impietosa delle urne. La strigliata di Energia Popolare e Left Wing si fa ancora più netta quando si passa a esaminare la lettura del voto data dal vertice del partito. I toni entusiastici utilizzati da Barbagallo per commentare l’esito delle amministrative nell’isola non sarebbero altro che ricostruzioni fantasiose e trionfalistiche, utili solo a coprire una conduzione politica che definiscono disastrosa. Per i dissidenti, i dati reali racconterebbero una storia ben diversa, fatta di percentuali modeste se non del tutto insignificanti.

Basta vedere le percentuali della lista del Pd nei comuni sopra i 15 mila abitanti per capire la reale situazione del partito in Sicilia: Ispica 2,5%, Augusta 3,4%, Carini 6,6%, Bronte 8,1%, Barcellona Pozzo di Gotto 8,8%, Marsala 8,7%, Agrigento 8,4% Messina 8,5%. A Milazzo la lista del Pd insieme ai 5 Stelle e a Rifondazione comunista ha raccolto appena il 6,2%. Soltanto nelle realtà dove Barbagallo non avrebbe messo mano si sono raggiunti risultati più significativi: a Floridia il 12,45% (eletto sindaco l’uscente Marco Carianni), a Lentini il 13,1% (eletto sindaco Enzo Pupillo), a Termini Imerese il 13,6% (eletta sindaca l’uscente Maria Terranova del M5S), ad Agrigento il 9,4% (eletto sindaco Michele Sodano di Controcorrente).

L’affondo dei contestatori si sposta poi su altri territori dell’isola, demolendo la linea ufficiale della segreteria e liquidando senza mezzi termini la strategia adottata a Enna, dove è stato negato il simbolo a Mirello Crisafulli, ex senatore e storico rappresentante dem, che ha poi vinto con un largo consenso. Il giudizio si fa ancora più pesante se riferito alla provincia di Catania, feudo elettorale e politico dello stesso segretario, dove il Partito Democratico avrebbe incassato un vero e proprio tracollo; un disastro che, secondo i dissidenti, trova il suo emblema nel comune di Bronte, dove il candidato sostenuto da Barbagallo è scivolato fino al quarto posto.

La parte finale della requisitoria tocca i nodi più delicati dell’etica e della coerenza, portando alla luce i casi più controversi della provincia etnea. Gli oppositori indicano la gestione del comune di Randazzo come l’esempio più macroscopico di queste contraddizioni, evidenziando come Barbagallo abbia sostenuto la candidatura a sindaco del segretario del locale circolo Gianluca Anzalone – appoggiato a sua volta dal primo cittadino uscente del comune sciolto per mafia – per poi dichiararlo “impresentabile” subito dopo, all’interno della Commissione nazionale antimafia di cui fa parte.

L’analisi dei dissidenti si sposta infine sul terreno dei patti locali, dove al vertice dem viene contestato di aver addirittura benedetto insoliti accordi elettorali con Fratelli d’Italia.

Dinanzi a questo scenario, mentre le richieste di un passo indietro si fanno categoriche e la trincea interna si infiamma, i dem si ritrovano paralizzati in un conflitto fratricida che ne azzera la credibilità.

Il vero dramma politico, però, va oltre i confini interni: il Partito Democratico, che per peso e storia dovrebbe essere il motore trainante del campo largo in vista delle elezioni che il prossimo anno rinnoveranno l’Assemblea Regionale Siciliana ed eleggeranno il nuovo governatore, sta colando a picco. Un naufragio che rischia di trasformarsi in un effetto domino devastante, trascinando con sé sul fondo dell’abisso l’intera coalizione d’alternativa prima ancora di aver costruito la sfida al centrodestra.