PARCO DEGLI IBLEI, SI ACCENDE LA POLEMICA

di Umberto Riccobello

Il destino del Parco degli Iblei riaccende un dibattito aspro tra i soggetti interessati, specialmente dopo che il Tribunale Amministrativo Regionale, il 28 maggio scorso, ha imposto una precisa scadenza cronologica per decretarne la nascita. La recente decisione della giustizia amministrativa ha impresso un’accelerazione improvvisa a un percorso rimasto congelato per quasi un ventennio, costringendo le istituzioni regionali a riprendere in mano la complessa pratica istitutiva.

La sentenza del TAR ha infatti tracciato una direzione perentoria, fissando la costituzione nel termine massimo di 180 giorni e spingendo il presidente della Regione, Renato Schifani, a investire immediatamente gli uffici legali per esaminare i dettagli del giudicato, al fine di comprendere se vi siano ancora spazi di manovra o se la strada dell’istituzione sia ormai l’unica percorribile.

La reazione del mondo economico e delle rappresentanze datoriali si è manifestata con forte preoccupazione, focalizzandosi sulle ripercussioni che un’applicazione eccessivamente rigida dei vincoli potrebbe avere sul tessuto produttivo locale. Confindustria Sicilia ha subito sollevato la necessità di redigere un piano strategico globale che non si limiti alla mera conservazione ecologica, ma che garantisca piena autonomia finanziaria e gestionale, definendo i confini geografici in stretta aderenza con le odierne esigenze dei territori.

La richiesta primaria si concentra sull’apertura immediata di un tavolo di confronto con le forze economiche e sociali prima della definizione finale del procedimento, ritenendo indispensabile salvaguardare le infrastrutture strategiche, le attività esistenti e i progetti già avviati nell’ambito della transizione energetica per evitare che l’area protetta si trasformi in un freno alla competitività.

Parallelamente, il malumore si estende in modo sensibile anche al mondo produttivo legato all’artigianato e alle piccole imprese, che esprimono forti riserve sul metodo finora adottato, giudicato distante dalla realtà e privo di una concertazione approfondita con le comunità che animano l’economia locale. Il timore diffuso riguarda la sovrapposizione di nuovi livelli autorizzativi e vincoli burocratici che rischierebbero di soffocare le microimprese edili, lapidee, agricole e turistiche, accelerando lo spopolamento delle zone interne e compromettendo la coesione sociale di territori che già affrontano storiche carenze infrastrutturali.

Sul fronte più radicale della protesta si colloca il Comitato Antiparco – all’interno del quale si muovono i sindaci dei comuni ricadenti nell’area, CNA, Confagricoltura, Agriambiente, Coldiretti, ANCE Sicilia e altre sigle – contrari all’istituzione stessa del parco, i quali invocano un ricorso immediato al CGA e azioni di revoca in autotutela della legge che istituiva il parco nel lontano 2007. Le loro tesi poggiano sull’esistenza di numerosi vincoli ambientali già vigenti nella medesima area e sul pericolo di una paralisi totale per i settori tradizionali, a causa di normative giudicate troppo severe e penalizzanti per la presenza umana nell’area.

Davanti a uno scenario così polarizzato, appare evidente la necessità di una sintesi lungimirante ed equilibrata. La tutela del patrimonio naturale e paesaggistico degli Iblei rappresenta un valore indiscutibile e un’opportunità di valorizzazione a lungo termine, ma un approccio estremo in questa direzione rischia di produrre soltanto danni. La soluzione ideale risiede quindi in una saggia riperimetrazione dei confini dell’area, escludendo i nuclei industriali e artigianali attivi, accompagnata da una linea morbida nella stesura dei regolamenti, capace di proteggere l’ambiente senza soffocare il lavoro di migliaia di imprese locali.