I MAFIOSI NON CONTROLLANO PIÙ I VOTI

di TAPERI

C’era una volta la mafia che decideva i destini dei governi, gestiva flussi miliardari e faceva tremare i palazzi del potere con un semplice cenno del capo. Oggi, a leggere le ultime carte giudiziarie di Palermo, l’immagine che emerge somiglia decisamente più a una spenta e frustrata agenzia di collocamento interinale, per giunta parecchio inefficiente.

Le intercettazioni che hanno portato all’arresto di Raffaele Galatolo, boss dello storico mandamento dell’Acquasanta, restituiscono il ritratto di un decadimento della mafia quasi tragicomico, dove i vertici della cupola si ritrovano a pietire favori senza offrire nulla in cambio, se non cocenti delusioni elettorali.

La vicenda ruota attorno alla più classica delle preoccupazioni genitoriali: trovare una sistemazione al figlio, Angelino. Per raggiungere l’obiettivo, il boss dell’Acquasanta si era rivolto a Mimmo Russo, all’epoca consigliere comunale poi arrestato con l’accusa di concorso esterno e voto di scambio politico-mafioso.

Il patto sembrava quello di una volta: voti in cambio di un impiego. Ma i tempi sono cambiati e persino le dinamiche clientelari non sono più le stesse. Russo propone infatti al rampollo del boss un posto in una società di pulizie all’ippodromo di Palermo. Peccato che l’impresa fosse gestita dal padre di una vittima di mafia. Davanti a questa situazione paradossale, il giovane Angelino Galatolo si è visto costretto a rifiutare, spingendo il padre a rimproverare duramente il politico per aver quasi mandato il figlio dritto nelle fauci dell’antimafia.

La disperata ricerca di un impiego non si è però fermata qui, trasformandosi in una commedia degna delle migliori sceneggiature all’italiana. Nonostante la gaffe del politico, il boss ha mantenuto la parola data, spendendosi anima e corpo per sostenere Russo alle comunali del 2022. Durante la campagna elettorale, Galatolo andava in giro mostrando con orgoglio una sorta di libro mastro dei voti, una contabilità meticolosa delle preferenze che era riuscito a racimolare.

Il risultato di tanto sforzo? Un flop su tutta la linea. Russo non è stato eletto, e, per giunta, dopo due anni di promesse il tanto agognato posto di lavoro per il giovane Galatolo non si è mai visto. La mafia, insomma, non solo non riesce più a controllare il voto dei cittadini come un tempo, ma ormai sembra anche farsi raggirare dalla mala politica, restando a bocca asciutta.

Anche il boss Stefano Fidanzati, storico referente della famiglia dell’Arenella cercava di fare assumere il nipote come netturbino alla Rap o da qualsiasi parte e cerca di rivolgersi a tanti politici, ma non riesce a cavare un ragno dal buco.

Ciò che emerge dalle indagini è dunque una Cosa Nostra del tutto ridimensionata, costretta a fare i conti con una crescente irrilevanza sociale ed elettorale e con l’incapacità di incidere persino sulle piccole clientele locali.

I boss di oggi non dettano più legge: pregano, sperano, si arrabbiano per le promesse non mantenute e, alla fine, i loro figli e i loro nipoti restano disoccupati.

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