REGIONALI, LA VARDERA SFASCIA IL CAMPO LARGO

di Redazione

Ismaele La Vardera punta il dito contro gli avversari parlando di “praterie che ci sta lasciando un centrodestra dilaniato”, ma le sue parole, rilasciate al quotidiano Live Sicilia, certificano che l’unica vera demolizione in corso è quella del cosiddetto campo largo, squarciato dall’interno dalle sue stesse dichiarazioni. Con un piglio che evoca un moderno Masaniello, più propenso a far saltare il banco che a tessere alleanze, il deputato regionale conferma l’autocandidatura alla presidenza e suona come il definitivo de profundis per l’unità delle opposizioni.

Il pretesto per lo scontro totale è l’apertura del segretario dem Anthony Barbagallo a primarie e coalizioni ampie. Una proposta che il fondatore di Controcorrente liquida subito come un espediente per perdere tempo. Per lui la leadership non si discute e la sua corsa non è più disposta a mediazioni, tanto da blindare la propria posizione: “in questa fase non sono disponibile a fare passi di lato”. Le primarie invocate dal Partito Democratico vengono liquidate come un capitolo già chiuso nei territori, sventolando il recente exploit di Agrigento come l’unica legittimazione necessaria. Per La Vardera i giochi sono fatti, tanto da tagliare corto: “le primarie ci sono già state”.

La strategia dell’ex iena non si ferma all’annuncio della corsa, ma punta a destabilizzare direttamente i dem. Il campo alternativo si trasforma così in un terreno di caccia dove si consuma un regolamento di conti tutto interno alle opposizioni. L’affondo contro l’attuale gestione PD è frontale e mette in discussione la capacità di quello che dovrebbe essere il primo partito della coalizione di esprimere una guida autorevole: “Se non sei in grado di organizzare il tuo partito, con tutto il rispetto, non puoi guidare la Sicilia”.

La Vardera specula apertamente sulle correnti interne del Partito Democratico, descrivendo una base “mortificata”, e una classe dirigente a cui i vertici vorrebbero “tarpare le ali”. Il paradosso del leader di un movimento politico che pretende di dettare le regole in casa d’altri tocca il culmine quando viene chiesto esplicitamente un cambio al vertice, un siluramento politico in piena regola per rimuovere l’attuale segretario regionale: “Serve qualcuno che gli parli con la verità senza paura”.

La reazione dem non si è fatta attendere: il deputato regionale Dario Safina ha replicato duramente parlando di “prevaricazioni insopportabili, con toni e modalità così scomposte” da parte di chi guida un neonato movimento ma pretende di chiedere le dimissioni del leader del principale partito di opposizione. Per Safina, l’analisi di La Vardera riflette solo “ambizioni personali” e “toni da curva sudamericana” che offendono l’intera comunità democratica.

La spaccatura investe anche gli altri potenziali alleati del fronte alternativo, a partire da Cateno De Luca. La Vardera non risparmia critiche al pragmatismo spinto del collega, accusato di eccessivo opportunismo per essersi detto pronto a dialogare con entrambi gli schieramenti: “Si è detto pronto a fare il candidato sia del centrodestra che del centrosinistra. Mi chiedo come si possa convivere con questa impostazione”.

Il quadro finale restituisce un’opposizione frammentata e ostaggio di personalismi, dove la denuncia delle divisioni del centrodestra — sbandierata da La Vardera — diventa solo uno specchietto per le allodole per nascondere le proprie macerie. Rivendicando un presunto 20% nei sondaggi per il suo movimento, il leader di Controcorrente lancia un definitivo “prendere o lasciare” agli alleati. La minaccia di una corsa solitaria, facendo persino a meno del Partito Democratico, certifica la fine del progetto unitario ancora prima del via ufficiale della campagna elettorale.

Forse è solo un modo di tirare la corda e trattare per ricavarne i massimo prezzo possibile, ma a chi tocca andare a vedere l’eventuale bluff?