TRASPARENZA E GOVERNABILITÀ: DUE RIFORME PER LA SICILIA

di Redazione

La legislatura regionale siciliana sta per esaurirsi, ma l’Assemblea Regionale può ancora incidere profondamente sulle regole della rappresentanza democratica e varare due riforme che cambierebbero profondamente la politica in Sicilia garantendo davvero trasparenza e governabilità: si tratta dell’abolizione del voto segreto e dell’abolizione del voto disgiunto nelle elezioni degli enti locali e in quelle regionali.

Due riforme che potrebbero essere votate insieme da maggioranza e opposizione decidendone l’entrata in vigore a partire dalle prossime elezioni. Un grande accordo democratico e bipartisan che non avvantaggerebbero chi governa adesso, ma chi vincerà le prossime elezioni e sarà così in grado di governare con serenità e stabilità.

La prima delle due riforme riguarda l’abolizione del voto segreto all’Assemblea Regionale Siciliana.

Questo strumento, originariamente concepito come presidio a tutela della libertà di coscienza del singolo parlamentare, si è trasformato nel corso degli anni in un formidabile scudo dietro cui si celano manovre oscure e accordi consociativi. Nelle pieghe delle votazioni protette dall’anonimato, infatti, si muovono con disinvoltura i cosiddetti franchi tiratori: deputati che, pur appartenendo formalmente alla coalizione di governo, utilizzano il segreto dell’urna per affossare i provvedimenti della loro stessa maggioranza, spesso per regolare conti interni, per rivendicare visibilità o per chiedere contropartite.

Rimuovere il voto segreto, come peraltro proposto del Presidente dell’Ars, tranne che per votazioni riguardanti nomi, significherebbe garantire la massima trasparenza e consentire ai cittadini di verificare i comportamenti dei parlamentari che hanno eletto, eliminando la procedura che trasforma l’attività parlamentare in un continuo mercanteggiare sotterraneo.

L’altra grande riforma serve a garantire la governabilità e riguarda l’abolizione del voto disgiunto.

Si tratta di eliminare una stortura evidente nella legge elettorale per le consultazioni amministrative nei comuni dell’isola e in quella regionale: la possibilità di esprimere un voto per un candidato sindaco (o alla Regione per un candidato Presidente) esprimendo poi una preferenza per un candidato di una lista collegata a una coalizione avversaria.

Questa facoltà produce spesso una profonda asimmetria tra la figura del primo cittadino e la composizione del consiglio comunale. Il risultato è la nascita di amministrazioni strutturalmente deboli, in cui chi viene eletto sindaco si ritrova alcune volte privo di una solida base numerica in consiglio, rimanendo di fatto ostaggio e impossibilitato a dare concreta attuazione al programma con cui si è presentato al giudizio degli elettori.

Gli esempi di questa distorsione democratica abbondano nella cronaca recente dell’isola e dimostrano come il fenomeno non sia affatto isolato. Nella città di Agrigento la frammentazione ha toccato livelli emblematici, assicurando al sindaco eletto Michele Sodano soltanto cinque consiglieri all’interno di un consiglio comunale composto da ventiquattro membri. Uno scenario analogo, ma dai contorni ancora più eclatanti, si registrò a Messina nel 2018, quando Cateno De Luca riuscì a conquistare la poltrona più alta di Palazzo Zanca con il 65% dei voti senza però riuscire a eleggere nemmeno un singolo consigliere all’interno dell’assise cittadina. In contesti del genere la macchina amministrativa rischia la paralisi costante, costringendo le giunte a una logorante trattativa quotidiana anche solo per l’approvazione degli atti più ordinari.

Le conseguenze di questo assetto normativo superano il semplice piano dell’efficienza burocratica, andando a intaccare la tenuta etica delle istituzioni locali. Quando un sindaco si trova privo di una maggioranza, la ricerca del consenso necessario a governare si sposta fatalmente al di fuori delle coalizioni originarie. Nella migliore delle ipotesi, il tentativo di trovare una sintesi costringe il capo dell’amministrazione a negoziare con singoli consiglieri eletti nelle file dell’opposizione.

Per convincere questi esponenti a mutare orientamento, il sindaco si vede costretto a concedere spazi di potere, poltrone o modifiche sostanziali alle linee programmatiche. Questo processo, pur finalizzato alla sopravvivenza dell’ente, si traduce inevitabilmente nel tradimento del patto originario sottoscritto con i cittadini al momento del voto.

Se il sindaco eletto non fosse disponibile a tradire il patto con i citadini si vedrebbe in poco tempo sfiduciato dal Consiglio Comunale e mandato a casa.

Il voto disgiunto spalanca quindi le porte al rischio concreto di fenomeni di corruzione politica, dove il sostegno d’aula diventa merce di scambio, sacrificando al contempo trasparenza e governabilità.

La stessa cosa potrebbe avvenire alla Regione anche se finora non è mai successo. Con la legge elettorale regionale che consente il voto disgiunto potrebbe essere eletto un Presidente senza la maggioranza in Assemblea Regionale. Si tratterebbe davvero di un pasticcio drammatico.

Maggioranza e opposizione lavorino insieme per approvare queste due grandi riforme che assicurerebbero trasparenza e governabilità e dimostrino la loro capacità di essere prima di tutto siciliani e solo dopo uomini politici di parte.