PALERMO, SMANTELLATA LA BANDA DEL PIZZO E DEL TERRORE

di Redazione

Una violenta escalation criminale che per mesi ha tenuto sotto scacco l’area nord-occidentale di Palermo è stata stroncata all’alba da un imponente blitz antimafia. I Carabinieri del Comando Provinciale di Palermo, su delega della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo – Direzione Distrettuale Antimafia, hanno dato esecuzione a un provvedimento di fermo nei confronti di 15 indiziati di delitto. La misura d’urgenza si è resa necessaria per arginare una pericolosa e asfissiante serie di raid che, dal novembre 2025, ha bersagliato il territorio del mandamento mafioso di Tommaso Natale / San Lorenzo.

L’attività investigativa complessiva coinvolge in totale 22 persone, comprese altre 7 che si trovavano già in stato di detenzione per altra causa e a cui il provvedimento è stato notificato direttamente in cella. Per tutti i fermati i magistrati della Dda hanno ravvisato i presupposti di legge legati sia alla gravità del quadro indiziario sia a un concreto pericolo di fuga.

Le indagini dei militari dell’Arma hanno svelato una struttura criminale complessa e ramificata, capace di muoversi contemporaneamente su due binari paralleli ma strettamente interconnessi: il controllo asfissiante del tessuto economico locale attraverso il racket e la gestione del narcotraffico nelle periferie.

Nello specifico, l’operazione odierna si è articolata in due tronconi principali:

  • Il filone del racket: 9 provvedimenti di fermo hanno riguardato soggetti indiziati, a vario titolo, di estorsione, tentata estorsione, porto e detenzione illegali di armi comuni e di armi da guerra. Tutti i reati sono contestati con l’aggravante del metodo mafioso (art. 416 bis.1 c.p.) per aver agevolato l’attività di Cosa Nostra.
  • Il filone degli stupefacenti: I restanti 6 provvedimenti di fermo hanno colpito gli appartenenti a un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di cocaina, hashish e marijuana. Questo gruppo operava capillarmente nei quartieri di San Lorenzo e dello Zen 2, potendo contare sulla pronta disponibilità di armi da fuoco per difendere le proprie piazze di spaccio.

L’intervento di oggi rappresenta la seconda “puntata” di una strategia a lungo termine della Procura di Palermo. L’attività odierna costituisce infatti la prosecuzione diretta dell’operazione che, agli inizi di giugno di quest’anno, aveva già portato all’emissione di ulteriori 8 provvedimenti di fermo contro un gruppo di giovani leve del racket nello stesso contesto investigativo. Una risposta determinante dello Stato che dimostra come l’azione investigativa non si sia fermata nemmeno dopo i duri arresti dei vertici apicali avvenuti nel 2025.

Al vertice di questa agguerrita struttura criminale si staglia la figura di Salvatore Verga, trafficante di droga di 35 anni. Nonostante Verga si trovasse già recluso presso la Casa Circondariale di Trani, gli investigatori hanno scoperto che riusciva a dirigere le operazioni sul territorio palermitano in tempo reale. L’analisi dei telefoni ha rivelato che il detenuto utilizzava illecitamente diversi smartphone dietro le sbarre per inviare ordini ai suoi “picciotti” all’esterno.

Nel corso delle perquisizioni nella sua cella a Trani è stato rinvenuto un vero e proprio “libro mastro”, contenente l’elenco dettagliato delle attività commerciali taglieggiate e le somme di denaro pretese. Verga coordinava i sodali impartendo direttive precise sulla riscossione del “pizzo” e sulla pianificazione degli attentati. Nelle intercettazioni, il boss esortava i complici a causare “danni forti”, arrivando a dire che “gli deve cadere lo stabile a terra” e sottolineando con cinismo come la “tavola fosse ormai apparecchiata” per raccogliere i proventi delle estorsioni.

Un contributo fondamentale a questa tranche di indagini è arrivato dal nuovo collaboratore di giustizia Alessio D’Agostino. Finito in cella il 20 marzo 2026, D’Agostino ha deciso di saltare il fosso e ha descritto ai magistrati il ruolo di rilievo assunto da Verga e le dinamiche violente con cui il gruppo operava nelle borgate di Mondello, Sferracavallo, Carini e Capaci.

Gli inquirenti hanno definito le modalità operative della banda come “para-terroristiche” per l’inaudita efferatezza e la sistematicità degli attacchi, volti a piegare la resistenza dei commercianti con la violenza e la paura.

La lunga scia di raid è iniziata nel novembre scorso, quando in una sola notte davanti a dieci attività tra Tommaso Natale e Sferracavallo furono piazzate bottigliette di benzina accompagnate da pizzini con le cifre da pagare. Quella stessa notte, un devastante rogo ha distrutto 11 imbarcazioni nel rimessaggio della “Icone marine” a Isola delle Femmine.

Da quel momento la violenza è cresciuta, con l’introduzione di armi da guerra di fabbricazione sovietica, nello specifico fucili d’assalto Kalashnikov AK-47.

  • Il caso “Sicily by Car”: Il 23 marzo, tre uomini hanno scavalcato le mura della sede dell’azienda di autonoleggio guidata da Tommaso Dragotto, scaricando 30 colpi di kalashnikov contro le auto in sosta. È stato l’inizio di una serie di attentati contro la società e le strutture collegate, incluso un incendio all’autolavaggio del distributore Q8 di viale Lanza di Scalea (punto d’appoggio della stessa azienda) e successivi roghi che hanno semidistrutto il parco auto. Secondo la Dda, Salvatore Verga avrebbe ordinato gli attacchi dal carcere, assoldando Rosario Piazza e Baldassare Rizzuto, i quali si erano occupati anche di rubare l’auto usata per i raid, venendo poi pagati dal boss a cose fatte.
  • I raid sul territorio: Ad aprile il kalashnikov è tornato a sparare prima contro l’autorimessa dei fratelli Natoli in via Sferracavallo e poi contro il ristorante “Il Brigantino”. Nel mirino sono finiti anche noti locali come l'”Alerik Beach” (Ananas) di Mondello e i ristoranti “Frontemare” e “La Barca”. Le intimidazioni hanno colpito anche una macelleria e un panificio in via Einaudi allo Zen, un bar e una pizzeria a Barcarello, e altri otto lidi a Isola delle Femmine. Non sono mancati avvertimenti macabri e simbolici, come il recapito a un imprenditore locale di un cranio di ovino con il messaggio “Devi metterti a posto”.

Un capitolo centrale dell’inchiesta riguarda il bar “Cheri” di via Ignazio Mormino allo Zen, contro il quale le famiglie mafiose avevano aperto una vera e propria sfida d’onore criminale. Almeno dal 2022 l’organizzazione tentava di imporre il pizzo ai titolari dell’attività, incontrando però una ferma opposizione.

Nelle intercettazioni, Antonino Mazza spiegava a Domenico Ciariamitaro e Francesco Stagno le difficoltà logistiche: “Quelli sono quattro cani abbandonati, quelli denunciano”. Ma la risposta di Ciariamitaro metteva in chiaro che l’organizzazione non poteva permettersi di perdere la faccia davanti al territorio: “Con le buone o con le cattive”, diceva, perché ne andava della credibilità stessa del mandamento. Contro il bar è scattata quindi una progressione violenta: prima una bottiglia incendiaria e petardi, poi il rogo dei condizionatori esterni e infine colpi di kalashnikov contro le vetrine.

Nonostante l’asfissiante clima di terrore che ha paralizzato la zona per mesi, l’indagine ha evidenziato una nota dolente: solo due delle numerosissime vittime hanno trovato il coraggio di denunciare i fatti alle autorità.

Il racconto di uno di questi due imprenditori, ascoltato a fine giugno dagli investigatori, si è rivelato decisivo. L’uomo ha confermato i sospetti dei Carabinieri, raccontando di aver ricevuto una richiesta estorsiva iniziale di 5.000 euro, poi scesa a 3.000 euro, che aveva pagato in due rate. Oltre alla testimonianza, la vittima ha consegnato i filmati delle telecamere di sicurezza che ritraevano gli esattori durante la richiesta del pizzo. I due malviventi lo avevano minacciato dicendogli esplicitamente di “mettersi a posto” e intimandogli: “Sai cosa sta succedendo agli altri”.

Le immagini e il verbale hanno blindato le accuse a carico di Andrea Perugia (che ironicamente era un cliente abituale del negozio della vittima) e Massimiliano Clemente, entrambi finiti in manette nel blitz.

Il provvedimento della Procura di Palermo fotografa i due distinti gruppi criminali attivi nel mandamento.

I fermati per il filone delle estorsioni, dei danneggiamenti e delle armi sono 11:

  • Salvatore Ariolo, 52 anni
  • Gioacchino Buzzotta, 21 anni
  • Gian Mattia Celestino, 21 anni
  • Massimiliano Clemente, 52 anni
  • Andrea Perugia, 28 anni
  • Rosario Piazza, 19 anni
  • Giuseppe Pirrotta, 25 anni
  • Baldassarre Rizzuto, 25 anni
  • Manuel Salamone, 34 anni
  • Matteo Salamone, 38 anni
  • Salvatore Verga, 35 anni

Gli indagati a cui sono contestati i reati legati al traffico di stupefacenti sono 11:

  • Francesco Paolo Albamonte, 35 anni
  • Maria Claudino, 65 anni
  • Stefano Claudino, 31 anni
  • Salvatore D’Arpa, 32 anni
  • Emanuele Donesi, 25 anni
  • Giuseppe Faija, 30 anni
  • Marco Ferrante, 34 anni
  • Aldo Tenerelli, 21 anni
  • Gaetano Verga, 66 anni
  • Salvatore Verga, 35 anni (indagato in entrambi i filoni)
  • Khemais Lausgi, 37 anni

Le accuse contestate a vario titolo vanno dall’estorsione aggravata dal metodo mafioso al danneggiamento seguito da incendio, fino alla ricettazione, al traffico di stupefacenti e alla detenzione illegale di armi da guerra. Tutti i fermati si trovano ora a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa della convalida dei provvedimenti.

“Lo Stato c’e’ e vuole essere sempre presente con determinazione, senza mai indietreggiare” nella lotta alla criminalita’ organizzata. Questo e’ il modo piu’ serio per onorare chi ha dato la vita per lo Stato” ha detto la premier, Giorgia Meloni, intervenendo al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, in prefettura a Palermo.

“Lo Stato è presente e il risultato di oggi lo dimostra”. E’ il messaggio del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dopo l’operazione dei carabinieri.

“Complimenti alla Procura della Repubblica di Palermo e alle forze dell’ordine che oggi hanno arrestato i presunti responsabili degli atti criminali ai danni di diversi imprenditori del territorio, causando un forte allarme nella società civile. Lo Stato c’è e ha saputo dimostrare, ancora una volta, con prontezza ed efficacia, che non esiste alcuno spazio per la riemersione di fenomeni criminali che nel passato hanno segnato profondamente la nostra terra” ha detto il Presidente della Regione Renato Schifani.

“Ancora una volta viene dimostrato un principio fondamentale: nessuno resta impunito. Lo Stato è presente, lavora con determinazione e, grazie all’impegno della magistratura e delle forze dell’ordine, riesce a colpire anche quelle organizzazioni criminali che pensano di poter intimidire il territorio e piegare cittadini e imprese con la violenza e la paura” ha detto il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla.