Secondo un rapporto dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre nel 2023 il prelievo totale di acqua in Italia è stato pari a 36,5 miliardi di metri cubi. Di questi, il 49 per cento è in capo all’agricoltura (17,5 miliardi di metri cubi), il 23 per cento viene impiegato per usi civili (8,4 miliardi), il 18 per cento per l’industria (6,6 miliardi) e il 10 per cento per produrre l’energia elettrica (4 miliardi). Per usi civili gli italiani hanno consumato 23 milioni di metri cubi al giorno. Di questi il 42,4 si è disperso nella rete.
La dispersione idrica è riconducibile a più fattori: alle rotture presenti nelle condotte, all’età avanzata degli impianti, ad aspetti amministrativi dovuti a errori di misurazione dei contatori e agli usi non autorizzati (allacci abusivi).
A livello regionale (dati 2022) la situazione più critica si registra in Basilicata. In quest’area la dispersione d’acqua su quanto immesso in rete è pari al 65,5 per cento. Seguono l’Abruzzo con il 62,5 per cento, il Molise con il 53,9, la Sardegna con il 52,8 e la Sicilia con il 51,6. Per contro, la Lombardia con il 31,8 per cento, la Valle d’Aosta con il 29,8 e l’Emilia Romagna con il 29,7 sono le aree più virtuose del Paese.
Non tutto il Sud, comunque, versa in condizioni “disastrose”; fortunatamente ci sono delle situazioni virtuose. Ad esempio, nel comune di Trapani la dispersione raggiunge solo il 17,2 per cento dell’acqua immessa in rete, a Brindisi il 15,7 per cento e a Lecce il 12 per cento
L’Ufficio studi della CGIA è riuscito a stimare l’impatto economico annuo di questa dispersione, utilizzando il prezzo medio per unità di misura calcolato a livello territoriale da Cittadinanza Attiva. A livello nazionale, il costo è stato pari a 9,8 miliardi di euro. Il Lazio è la regione con l’importo economico delle perdite più elevato, pari a 1,5 miliardi. Seguono Sicilia e Lombardia, entrambe con poco più di un miliardo.
Oggi in Italia si recupera appena il 10 per cento circa dell’acqua piovana: una percentuale troppo bassa per affrontare la crisi idrica che, ogni estate, torna a mettere in difficoltà famiglie e imprese.
Per evitare docce spente e rubinetti a secco occorre intervenire sulla rete idrica, colpita da dispersioni rilevanti, e realizzare nuove infrastrutture: vasche di laminazione, trincee drenanti, invasi e grandi adduzioni.
In questa fase di cambiamento climatico non possiamo più permetterci di sprecare una risorsa così preziosa: ogni goccia che finisce in mare senza essere trattenuta è un’occasione persa, anche per l’economia del territorio. Insomma, è necessario un piano infrastrutturale serio, investimenti immediati e la volontà politica di agire ora, non domani.
In Italia vengono immessi in rete 371 litri d’acqua procapite al giorno. Di questi se ne disperdono 157. Esattamente il 42,4%.
In Sicilia invece vengono immessi in rete 374 litri d’acqua procapite al giorno. Di questi se ne disperdono 193. Appunto il 51,6%.
Vediamo invece i capoluoghi di provincia dell’isola:
La peggiore è Siracusa (ottava in Italia) con 539 litri procapite giornalieri immessi e 351 dispersi. Il 65,2%.
Poi Messina (sedicesima) con 444 litri procapite giornalieri immessi e 251 dispersi. Il 56,5%.
Segue Agrigento (ventisettesima) con 316 litri procapite giornalieri immessi e 166 dispersi. Il 52,4%.
Palermo scende sotto il 50% (ventinovesima) con 345 litri procapite giornalieri immessi e 171 dispersi. Il 49,7%.
Segue Ragusa (trentaquattresima) con 441 litri procapite giornalieri immessi e 205 dispersi. Il 46,5%.
Sotto la media nazionale (quarantottesima) Catania con 402 litri procapite giornalieri immessi e 162 dispersi. Il 40,4%.
A buon livello Caltanissetta (sessantaquattresima) con 214 litri procapite giornalieri immessi e 67 dispersi. Il 31,1%.
A buon livello anche Enna (settantatreesima) con 234 litri procapite giornalieri immessi e 64 dispersi. Il 27,4%.
Livelli virtuosi per Trapani (novantanovesima si 109 comuni capoluogo) con 338 litri procapite giornalieri immessi e 58 dispersi. Il 17,2%.