Un uomo di 36 anni originario della provincia di Messina è stato arrestato dalla Polizia dopo aver adescato e abusato di un ragazzo di 13 anni.
L’indagine, scattata a seguito della denuncia presentata dai genitori del minore, si è avvalsa delle immagini della telesorveglianza per identificare il veicolo e l’aggressore.
Gli accertamenti hanno evidenziato la recidiva dell’uomo, che poco dopo il primo episodio aveva tentato di avvicinare un secondo giovanissimo, riuscito a fuggire.
pedofilo abusa tredicenne messina
L’adescamento e le indagini della Polizia
L’episodio si è verificato quando l’indagato ha accostato il tredicenne lungo la strada, riuscendo a conquistarne la fiducia intavolando una discussione sul calcio.
Con questo pretesto ha convinto il minore a salire a bordo della propria autovettura, per poi dirigersi verso una zona isolata e poco trafficata, dove lo ha costretto a subire atti sessuali. Una volta rientrato a casa, il ragazzo ha raccontato l’accaduto ai familiari, che si sono immediatamente rivolti alle forze dell’ordine per sporgere denuncia.
Gli agenti di Polizia hanno avviato le indagini analizzando le immagini della rete di videosorveglianza della zona, riuscendo così a risalire alla targa del mezzo e all’identità del conducente.
I successivi controlli hanno confermato i precedenti specifici dell’uomo, rendendo noto anche un secondo tentativo di adescamento compiuto nei giorni seguenti ai danni di un altro ragazzo, il quale era però riuscito a scappare e a mettersi in salvo. A quel punto l’uomo è stato arrestato.
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Il nodo dei controlli e del percorso terapeutico
Questa vicenda drammatica evidenzia la crescente necessità di rivedere le modalità di gestione dei soggetti condannati per reati di questo tipo. La pedofilia non rappresenta soltanto un crimine terribile ma è anche una patologia clinica, motivo per cui la sola pena detentiva risulta quasi sempre insufficiente a prevenire la recidiva se non viene affiancata e seguita da un trattamento specialistico continuo.
Sarebbe estremamente utile prevedere il tracciamento costante degli spostamenti, specialmente nei casi di trasferimento tra comuni o regioni diverse, associato all’obbligo di seguire un percorso terapeutico e psichiatrico.
In questo contesto, il modello americano basato su registri pubblici e notifiche di quartiere ha dimostrato un’elevatissima efficacia preventiva e dissuasiva, ma ci sembra al contempo eccessivamente rigido, poiché spesso condanna l’individuo a un’emarginazione permanente rendendo impossibile qualsiasi reinserimento sociale.
Per questo motivo occorrerebbe individuare una via di mezzo per il nostro paese: una soluzione che mantenga la severità dei controlli e il tracciamento di chi ha commesso certi reati, ma che preveda anche un supporto riabilitativo costante e la possibilità di venire totalmente reintegrati nella società, al fine di garantire davvero la massima tutela dell’incolumità dei minori senza però rinunciare del tutto all’obiettivo del recupero della persona.
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