L’INCAUTO RANUCCI E LE SUE PERICOLOSE AMICIZIE

di Redazione

Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report su Rai 3, si ritrova oggi al centro di una delle vicende giudiziarie e mediatiche più torbide degli ultimi anni, sospesa tra cronaca nera, spionaggio di piccolo cabotaggio e fantapolitica. La notte del 16 ottobre dell’anno scorso, un ordigno esplosivo artigianale fu fatto detonare proprio davanti al cancello della sua abitazione a Pomezia, alle porte della capitale. Un botto violento, capace di distruggere le autovetture parcheggiate nei paraggi e di scuotere le fondamenta di un villino, proiettando immediatamente l’opinione pubblica nel baratro del sospetto. Inizialmente, infatti, la pista privilegiata dagli inquirenti non poteva che seguire la scia delle ritorsioni professionali. Si ipotizzava che qualche potente pestato con i piedi di piombo dalle inchieste televisive avesse voluto spedire un avvertimento pesante al giornalista investigativo più esposto d’Italia.

La realtà emersa dalle indagini della procura capitolina ha però rivelato uno scenario del tutto diverso e, per certi versi, grottesco. Alla fine di giugno, i carabinieri hanno stretto le manette ai polsi di quattro pregiudicati di origine campana, figure ben note agli ambienti dello spaccio di stupefacenti e dei reati contro il patrimonio. Erano loro le braccia operative dell’attentato, la manovalanza criminale arruolata per piazzare l’esplosivo. Ma il vero colpo di scena è arrivato nei primi giorni di luglio, quando nel registro degli indagati è spuntato il nome di Valter Lavitola. Il faccendiere ed ex editore, figura sulfurea nota alle cronache giudiziarie del paese condannato a svariati anni di carcere per truffa, tangenti e tentata estorsione, è stato formalmente accusato di essere il mandante dell’azione dinamitarda, un’ipotesi poi sfociata nella custodia cautelare in carcere eseguita il 10 agosto con la pesante aggravante del metodo mafioso.

Insieme a lui è finito nei guai un suo fidato collaboratore ed ex dipendente di origini camerunensi, Clesio Tavares Gomes, ritenuto il tramite operativo tra il presunto regista politico dell’operazione e il commando campano. Secondo la ricostruzione minuziosa tracciata dai magistrati attraverso i tracciati dei telefoni e le celle di aggancio della rete mobile, i due avrebbero perfino effettuato un sopralluogo nella zona della villa un mese prima della deflagrazione, per poi coordinare le fasi preparatorie mettendo a disposizione mezzi e contatti.

Ciò che lascia attoniti è il movente ipotizzato dagli investigatori. Lavitola non voleva punire o mettere a rischio l’incolumità fisica del conduttore televisivo, bensì fabbricare “a sua insaputa” un martire perfetto per spingerlo a forza nell’agone politico. Nella mente del faccendiere, trasformare il cronista nella vittima di un presunto attacco del potere criminale avrebbe spianato la strada a una sua trionfale candidatura alle elezioni, permettendo al contempo allo stesso Lavitola di ritagliarsi il ruolo strategico di consigliere ombra e orchestratore della campagna elettorale. Un piano delirante, supportato da messaggi d’epoca in cui si prospettava la scalata verso la Presidenza del Consiglio.

L’ordinanza del giudice per le indagini preliminari ha giudicato il giornalista estraneo al disegno e all’oscuro della trama criminale ordita alle sue spalle. Resta tuttavia innegabile l’ingenuo abbaglio di valutazione commesso nel coltivare una consuetudine amicale con un personaggio del genere. Un rapporto stretto, intessuto di confidenze e frequentazioni costanti, che mal si concilia con la sagacia e il distacco pretesi da chi fa dell’investigazione giornalistica la propria ragione di vita. Con un amico tanto ingombrante e ambiguo non è del tutto lecito ipotizzare che siano stati scambiati pareri, indiscrezioni o commenti legati al proprio lavoro?

L’approccio nei confronti della giustizia deve tuttavia fondarsi su un garantismo inflessibile: fino alla conclusione definitiva del procedimento giudiziario, vorremmo che, così come il Gip, tutti considerassero il giornalista assolutamente all’oscuro della vicenda. Ciò nonostante, non si può far finta di nulla di fronte a un errore di valutazione così macroscopico. Aver dimostrato una tale debolezza nel misurare le frequentazioni personali con una figura dal passato così ingombrante, mina inevitabilmente l’autorevolezza del suo ruolo.

Per questo motivo, per tutelare la Rai e la trasmissione Report, fino a quando non sarà fatta piena chiarezza sui rapporti tra Ranucci e Lavitola riteniamo che il conduttore non debba tornare alla conduzione del programma, a differenza di quanto sostenuto e dichiarato a gran voce dalla sinistra, che continua a difendere a spada tratta la sua presenza in video bollando qualsiasi ipotesi di stop come un attacco alla libertà d’informazione.

Viene da porsi un interrogativo inevitabile: quale tempesta mediatica e politica si sarebbe scatenata a parti inverse? Se una vicenda analoga avesse travolto un professionista dell’informazione vicino alle posizioni del centrodestra, le forze di opposizione si sarebbero lanciate baionetta in canna innalzando barricate giustizialiste, occupando ogni spazio comunicativo e pretendendo la testa del “colpevole” ben prima di un qualsiasi pronunciamento dei tribunali. E la stessa trasmissione Report insieme al suo conduttore Sigfrido Ranucci, sempre schierati da una parte sola in aperta contrapposizione all’altra, avrebbe dedicato puntate e inchieste al vetriolo per scandagliare la vita privata, i contatti e le ombre del sospettato e di chiunque gli ruotasse attorno, per terminare magari persino con un terribile “non poteva non sapere”.

Mentre la magistratura prosegue il suo lavoro per chiudere il cerchio sulle responsabilità penali di Lavitola e dei suoi complici, la vicenda travalica le aule di tribunale e impone una riflessione che riguarda il servizio pubblico e l’intero panorama politico. Entrambi gli ambiti sono chiamati a interrogarsi con urgenza sulla necessità di superare una volta per tutte quella stridente e opportunistica alternanza tra garantismo e giustizialismo, troppo spesso usati come clave a targhe alterne a seconda della convenienza del momento e del colore politico del protagonista di turno.