Il morbo della difterite ha spento per sempre il sorriso di una bambina di soli quattro anni. La piccola Anna Rosa, residente nel quartiere Zen del capoluogo siciliano, ha perso la sua battaglia contro un nemico invisibile e spietato che sembrava relegato ai libri di storia della medicina. Da quasi tre decenni l’Italia non registrava vittime per questa gravissima infezione, un traguardo di civiltà e salute pubblica raggiunto esclusivamente grazie alla capillare diffusione della profilassi immunitaria. Eppure, l’ignoranza e la paura alimentata da falsi miti hanno riaperto la porta a un incubo.
Tutto ha avuto inizio a ridosso del Ferragosto, quando i primissimi sintomi hanno iniziato a manifestarsi con la subdola apparenza di un malanno di stagione. La madre della piccola si era rivolta alle cure mediche notando un malessere persistente accompagnato da un’anomala stanchezza e da evidenti placche alla gola. Inizialmente, il quadro clinico poteva ingannare, somigliando a una pesante tonsillite o a una infezione da adenovirus, ma la situazione è ben presto precipitata con una rapidità che ha lasciato margini di manovra quasi nulli ai sanitari. La bambina, infatti, era del tutto sprovvista della protezione necessaria contro i patogeni più pericolosi dell’infanzia. I genitori, purtroppo influenzati dalle pericolose correnti di disinformazione, avevano deliberatamente scelto di eludere gli obblighi di immunizzazione previsti dal nostro sistema sanitario.
Il calvario ospedaliero che ne è seguito è stato un drammatico susseguirsi di tentativi estremi per strapparla alla morte. Dopo i primi passaggi in pronto soccorso, la piccola paziente ha visto le proprie condizioni aggravarsi irrimediabilmente. I referti medici hanno registrato una febbre resistente a qualsiasi trattamento farmacologico, unita a una preoccupante insufficienza respiratoria e a una debolezza diffusa. Il trasferimento d’urgenza nel reparto di rianimazione ha segnato l’inizio di una lotta strenua e ininterrotta contro le potenti tossine che stavano rapidamente compromettendo gli organi vitali.
L’equipe sanitaria ha utilizzato tutte le armi a disposizione, somministrando le terapie antibiotiche specifiche, ricorrendo alla dialisi per purificare il torrente ematico dai veleni del batterio e attivando persino la complessa procedura di ossigenazione extracorporea per sostenere le funzioni di un cuore e di polmoni ormai al collasso. Nonostante l’impegno dei clinici durato intere giornate, il corpicino non ha retto all’assalto dell’infezione, cedendo nel cuore della scorsa notte.
Mentre la magistratura ha disposto il blocco della salma e l’esecuzione dell’esame autoptico per fare piena luce sui dettagli di questa immane tragedia, la macchina della prevenzione epidemiologica si è messa in moto. L’obiettivo primario è ora tracciare la fitta rete dei contatti per individuare il portatore che ha innescato il fatale contagio. Un cuginetto della vittima, coetaneo ma fortunatamente protetto in parte dalle prime dosi del ciclo di base, ha manifestato sintomi simili ma si trova attualmente sotto stretta osservazione medica e fuori pericolo. Si tratta di una testimonianza tangibile dell’efficacia dello scudo offerto dalla scienza. Di fronte all’irreparabile, il resto della cerchia familiare ha finalmente accettato di sottoporsi alle vaccinazioni, un ravvedimento doloroso e purtroppo tardivo.
In questa temperie di dolore e polemiche accese, spicca il drammatico spaccato sociale raccontato dalla pediatra Valeria Conte nel corso di un’intervista pubblicata sulle pagine del Giornale di Sicilia. La medica ha tentato disperatamente di trasformare un evento luttuoso in un monito per tutti gli altri assistiti, inviando comunicazioni capillari per sollecitare i genitori a mettersi in regola con i calendari sanitari dei propri figli. L’esito di questo sforzo generoso fotografa però un muro di gomma fatto di pregiudizi, con alcune madri pronte a ribadire le proprie convinzioni antiscientifiche accusando i protocolli ufficiali di causare danni quali l’autismo. Un lavoro di persuasione estenuante, quello condotto dai medici del territorio, che si consuma spesso in trincea contro un’onda di falsità.
Tutto questo si inserisce in un contesto regionale che i dati del Ministero dipingono con tinte drammatiche. Attualmente la Sicilia è il fanalino di coda dell’intera penisola per quanto concerne le difese pediatriche. Le percentuali di adesione ai cicli completi per i bambini nati di recente si aggirano appena sopra l’ottantacinque per cento, una soglia spaventosamente distante da quel novantacinque per cento indicato dalle autorità mondiali come limite minimo per garantire l’immunità della popolazione. Ancor più grave è il calo drastico delle adesioni ai richiami previsti per i bambini in età scolare, numeri che condannano il territorio all’ultimo posto in Italia per sicurezza sanitaria.